PROLOGO - SCENA UNO

ticchettato da lanoisette giovedì, 15 ottobre 2009, alle 00:28
Qualche giorno fa mi sono svegliata con una scena in mente, chiara e dettagliatissima, una specie di sequenza filmica: un montaggio serrato e focalizzato sui particolari, le inquadrature inconsuete sulle gambe che si muovono, la fotografia virata sui toni caldi, i primi piani obliqui, asimmetrici. Non so cosa ci sia dietro: quale storia, quale passato, quale futuro, quale miscuglio di pensieri ed emozioni. Desiderio? Complicità? Crimine? Si ride? Si piange? Si trema? Era semplicemente lì e mi chiedeva di essere messa su carta. Ora è qui. Forse ha senso anche così: un ritaglio di giornale, un trailer di cui non è mai stato realizzato il film. Però, se qualcuno di voi ha un'idea, magari mi viene fuori una storia con capo e con coda - magari la mia prima spy story, John Le Carré de noantri.

PROLOGO - SCENA UNO

Scese dalla macchina chinandosi appena in avanti. Sulla schiena, la linea sottile della cerniera le fasciava attorno al petto e alla vita due strati di shantung di seta. Percorse il breve vialetto illuminato e il portiere la salutò con un cenno del capo. Davanti all'ingresso del salone rallentò un momento, respirò a fondo, strinse nella mano sinistra la pochette di canneté e poi entrò a passi calmi ma decisi. L'orlo dell'abito fluttuava ad una spanna dal pavimento, svelando la doppia curva dei malleoli e i talloni, alti sui tacchi sottili. I passi risuonavano leggeri sul marmo, dorato dai riflessi dei lampadari. Sentiva il peso lieve della massa dei capelli, sciolti sulle spalle nude. Si fermò al tavolo dei rinfreschi, guardandosi intorno, frugando con gli occhi tra i gruppetti di banchieri, diplomatici e amministratori delegati con signore al seguito. Ma chi l'ha detto che gli affari si fanno solo attorno ai tavoli ovali nei grattacieli di vetro? Alcuni la notarono, lei rispose a qualche sorriso mentre bagnava le labbra nel martini. Poi lo vide. Era con lei. Non che le importasse, se l'aspettava. Non era molto diverso da come se lo ricordava: teneva banco in mezzo ad un gruppo di uomini incravattati al braccio delle eleganti consorti. Continuò a fissarlo, senza muoversi. Lui voltò la testa nella sua direzione. Un balenìo azzurro. Lo vide proseguire ancora per poco la conversazione, poi guardare verso di lei e allontanarsi lungo la parete della grande sala. Lo seguì, da lontano. I loro occhi erano fissi in quelli dell'altro, a cercare una muta risposta d'assenso, a confermare gli spostamenti dei loro corpi che lentamente convergevano, come le due parti di una calamita, verso la base dello scalone. Lui salì per primo, lei lo seguiva indietro di qualche gradino. La spessa passatoia ottundeva il rumore dei passi che a fatica celavano l'ansia e la fretta. Da dietro, lei vedeva la nuca di lui, le sue spalle nella giacca di sartoria, lui sentiva il frusciare del vestito di lei e a tratti aveva l'impressione di percepirne il profumo. Lui aprì una porta, la biblioteca. Entrarono. La porta si richiuse alle spalle di lei. Si guardarono. Nessuno dei due aveva ancora detto una parola. Nessuno.
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INVOLUCRI

ticchettato da lanoisette lunedì, 24 agosto 2009, alle 16:58
Alcuni racconti nascono semplici, immediati, passano direttamente dalla testa alla carta o, nel mio caso, allo schermo di un pc; altri fanno un giro lungo, lunghissimo, cominciano, deviano tornano su se stessi. Questo è uno di quelli: nato mesi fa da una suggestione di cui ormai non c'è più traccia nella storia, lasciato decantare a lungo perché mi mancavano dei pezzi, avevo le sensazioni ma non la storia, i personaggi, ma non le motivazioni. Poi, improvvisamente, l'altra sera tutto si è chiarito. Ho dovuto lavorarci un po', per smussare la differente origine delle sue parti. Sul risultato, giudicate voi.

INVOLUCRI

Le otto passate, ero ancora più in ritardo del solito e c'era compito di matematica. Svoltai nel piazzale della scuola e lo trovai deserto, la campanella doveva essere suonata già da un pezzo. Ma c'era qualcuno, accoccolato sul marmo dei gradini, con la testa poggiata sulle ginocchia. Riconobbi subito il loden verde e la sciarpa scozzese: era Anna, la puntualissima Anna, il genietto della matematica che non mi aveva quasi mai rivolto la parola in cinque anni e che solo una volta avevo sentito parlare di me, quando in crocchio con le amiche si era voltata ridendo dalla mia parte e aveva esclamato: “Ma chi? Quel tontolone là?”.

Repressi l'impulso di avvicinarmi e tirai dritto, salendo gli scalini a due a due, bofonchiando appena un ciao.

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GLASSA E ASFALTO

ticchettato da lanoisette domenica, 28 giugno 2009, alle 23:15
Non so se questo sia un vero e proprio racconto, non c'è nemmeno una storia; forse, è più una specie di impression en plein air, alla maniera di Monet e Renoir. Solo, leggevo, ed una frase del libro mi ha stampato in testa un'immagine, ed era un po' che non scrivevo più qualcosa che non fosse il mio diario quotidiano del blog e... insomma, eccolo qua.

GLASSA e ASFALTO

Ricordo un'altra storia [...].
Gli ingredienti di questa storia erano: una torta nuziale in mezzo alla strada [...]
D. Leavitt

Una torta nuziale in mezzo alla strada. È là, sul nastro grigio fiancheggiato da villette linde e tutte uguali, quasi simmetrica sulla linea spartitraffico. Punteggiata da petali di zucchero candito, candida di glassa e riccioli di panna, si staglia sul bitume color piombo come un bianco monolite che profuma di buono.
Cosa ci fa lì in mezzo? Gli invitati aspettano, presto! Il rinfresco in giardino sta per terminare e da tempo le novelle consuocere si scambiano sguardi preoccupati, ché l'anziana prozia col tic del malocchio e dei tarocchi l'interpreterebbe sicuramente a segno di malaugurio e disgrazia.
Forse non serve più: l'ha lasciata il pasticciere, fuggito insieme alla sposa prima della cerimonia su un furgoncino in cui non c'era abbastanza posto per gli strati di trina e merletto e per quelli di crema e farina. Ma no, dicono che sia il promesso quello che è scappato con quel sobillatore della gola e di tutti gli altri vizi, così bello nella sua casacca bianca, così dolce da non aver bisogno di zucchero a velo.
O forse è lì per un matrimonio di strada e tra poco arriverà, tra flauti e tamburelli, il corteo danzante degli zingari, con in testa la moglie bambina e il suo sposo infilato in una giacca troppo grande per lui. E si prenderanno la torta, alzandola sopra le teste, portandola a spalla come un trofeo o una statua di santo, e spariranno giù, in fondo alla via, a godersela tutta in uno dei luoghi nascosti di cui solo loro sanno.
Una torta grande, tanto grande che le automobili devono deviare, sterzare bruscamente per non infilare il paraurti tra gli strati di pandispagna e meringa. Ma dal finestrino posteriore di un'auto in corsa un bambino sporge un braccino sottile e riesce ad infilare un dito in quella montagna di delizie. E tutto a un tratto la strada si riempie di bimbi che corrono, che ci tuffano i palmi e la faccia, che inventano caroselli in bicicletta e girotondi saltellanti finchè le mamme non li estenuano di grida dai balconi e li richiamano a casa, ché non si mangiano cose trovate per terra e niente dolci prima di cena, ché è tardi e sta venendo buio. Allora dai fili del telefono, dalle grondaie, dai tetti, arrivano, soli o a stormo, i corvi, le cornacchie, i passeri, i fringuelli, i tordi, i pettirossi, ad affondare le zampette nella crema, a saggiare gli strati uno ad uno. Ormai, contro al cielo che arrossa all'orizzonte c'è solo una massa scura come la strada, che impicciolisce poco a poco sotto il vorace becchettare, tremolante del frullo di centinaia d'ali. Ma un rombo improvviso le disperde tutte in volo e l'impronta di una ruota stampa al suolo i resti del volatile banchetto. E sull'asfalto restano solo un ammasso lattiginoso, inciso dalle losanghe del battistrada, e un po' di glassa e di panna a sciogliersi agli ultimi raggi del sole.
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ALBA

ticchettato da lanoisette sabato, 28 marzo 2009, alle 20:41
Ho partecipato anch'io al concorsino a tema sull'immortalità chez Laura&Lory, con un racconto, uscito al primo round, che sicuramente non è tra i miei più ispirati o “di pancia”, come li chiama la mia amica Gea, ma che voleva essere un omaggio alle tante storie che hanno nutrito la mia infanzia. Eccolo qui.

ALBA

Aurora dovette sostenere Flavio con un braccio mentre con l'altro reggeva la tazza, colma dell'infuso che avrebbe dovuto calmare un po' quella tosse profonda e insistente. Dopo averne sorseggiato un po' con fatica, suo marito si lasciò andare pesantemente tra le coltri del letto che lei aveva sistemato da poco e chiuse gli occhi respirando affannosamente. Aurora posò la scodella e si mise a sedere sullo sgabello. Gli prese la mano, inerte tra le sue: era così debole, sfinito ormai da anni di acciacchi e malattie continue.

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C'EST MOI

ticchettato da lanoisette martedì, 03 marzo 2009, alle 12:24
Ho notato una cosa buffa: ogni tanto, quando scribacchio un racconto, qualcuno dei miei lettori, soprattutto in certi casi, si domanda ma sarà Lanoisette? Sarà lei ad aver comprato un bellissimo vestito per una cena mai avvenuta, lei ad aver fatto un servizietto ad un professore sotto la pioggia battente di un temporale, lei ad aver preso un treno per andare ad un primo appuntamento con un tassista?
Sono io? Beh, allora sappiate anche che sono io a cercare di immaginare, come André, chi siano e che cosa facciano le persone che intravedo per strada; io, capace di trasformarmi da adolescente grassoccia a regina dell'estate; io ad aver sognato un ragazzo che mi togliesse con un bacio gli sbaffi di Nutella dal viso; io a aspettare invano il primo anniversario di nozze mai celebrate; io ad osservare il viavai di gente nella tabaccheria di Gea; io, studente in erba, a desiderare un'insegnante come la professoressa Testarossa; io che, bambina, avrei voluto sedermi a scrivere il compito di italiano sul tavolo del salotto di una signorina a colori; io a piangere lacrime di coccodrillo sulla morte prematura di un blogger; io, vittima e carnefice, a subire e a confessare che ho ucciso...
Perché, come ben sapeva Gustave Flaubert, Madame Bovary, c'est moi.
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PRIMO APPUNTAMENTO

ticchettato da lanoisette mercoledì, 18 febbraio 2009, alle 19:54
A volte l'idea per un racconto mi frulla in testa per settimane – mesi, anche – senza però trovare una definitiva ragion d'essere. Questa volta la buona ragione me l'hanno data addirittura i Dioscuri, Castore e Polluce, con un tema che calzava a pennello ad una cosetta a cui pensavo da tempo: la trovate qui.
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CONFESSO CHE HO UCCISO

ticchettato da lanoisette lunedì, 09 febbraio 2009, alle 13:59
Capita di notare, nella homepage di Splinder, tra i blog appena aggiornati, un nome che evoca ricordi d'infanzia. Capita di dare un'occhiata, a quel blog, di rendersi conto che è un blog collettivo, di gente che scrive, e che un po' di questa gente già la conosci: li commenti tu, ti commentano loro. E su quel blog c'è una suggestione per buttar giù qualcosa, quattro parole che all'inizio non ti dicono nulla ma che poi ti fanno picchiar forte sui tasti, tralasciando per un po' le lezioni da preparare. E finisce che su Sniffavamo coccoina ti ti ci ritrovi anche tu, con un racconto – molto diverso dai precedenti – che potete leggere qui.
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MR. CROCODILE TWENTY-SIX-THREE

ticchettato da lanoisette giovedì, 15 gennaio 2009, alle 19:03
Mi è già capitato di essermi inventata su due piedi una storiellina per un paio di compari di blog: succede quando i miei doveri scolastici incombono e dovrei essere china sulle sudate carte. Questa volta sono bastati un commento scherzoso ad un post ed il pacco delle verifiche di geografia: qualsiasi cosa pur di non correggere, anche un coccodrillo.
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LA SIGNORINA A COLORI

ticchettato da lanoisette venerdì, 21 novembre 2008, alle 11:38
Tempo fa ho trovato su Viadellebelledonne la suggestione per un altro “concorsino” letterario: l'immagine qui a fianco, un incipit e cinquemila battute. La scadenza per l'invio del racconto era di lì a due giorni e io non avevo idee. Ho comunque scaricato la foto e copiato l'incipit, ché non si sa mai. Nel tardo pomeriggio del giorno della consegna è arrivato il click. Mi sono messa al pc, convinta di riuscire a condensare in quelle poche decine di righe ciò che avevo in mente... ma questa volta le dita sulla tastiera hanno cominciato a ticchettare a più non posso, la testa ad affastellare particolari, ad aggiungere corpo e personaggi alla mia storia. A sera, ero già abbondantemente oltre le cinquemila battute richieste. Ho deciso che andava bene così – perché quello che conta per me di questi giochini è lo stimolo a raccontare qualcosa. La vicenda c'era già tutta, ho preso qualche appunto e piano piano, a più riprese, la signorina è cresciuta, ha imboccato una strada in parte diversa da quella che avevo progettato inizialmente ...ed eccola qui.
E mentre ora voi magari la leggete, io corro a divorare quelle pubblicate su VDBD, perché la mia signorina non ha assolutamente permesso che io mi dedicassi alle altre prima che lei fosse vestita, pettinata e truccata a dovere.

LA SIGNORINA A COLORI

Quando comincia una storia? In genere dall’inizio. A volte, però, è la fine di una storia che ne fa cominciare un’altra. Così ci sono due categorie di storie, quelle che cominciano dall’inizio e quelle che cominciano dalla fine. Ci sono due categorie di donne, quelle che raccontano la loro storia e quelle che non la raccontano, poi ce n’è una terza, quelle che non la raccontano giusta.
La signorina a colori,
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TEMA ovvero LA PROFESSORESSA TESTAROSSA

ticchettato da lanoisette giovedì, 23 ottobre 2008, alle 18:40
La mia colleghissima dipinge a parole e a colori delle strepitose figu sui suoi colleghi, ma raramente racconta qualcosa di sé. Io, che sono una gran curiosa, ho pensato bene di andare a chiedere ai suoi alunni, usando il classico mezzuccio di noi prof di lettere: il tema.

Tema: descrivi uno dei tuoi nuovi insegnanti.

La professoressa Testarossa è la mia insegnante di italiano. Il primo giorno di scuola è entrata in classe con l'aria severa e il taiòr blu e ci ha detto “Prendete carta e penna. Ora facciamo il dettato ortografico”. La prof deve essere una vera maga dei dettati perché in una frase è riuscita a mettere tre apostrofi, due accenti, tre acca, quattro doppie e sei o sette tra gn, gl, q, cq, e zi. Secondo me si è anche divertita molto a scrivere tutti quei numeri con la penna rossa in fondo ai nostri compiti corretti, anche se ogni tanto si lamenta perché deve far studiare la matematica a suo figlio e lei dice che con i numeri non va molto d'accordo. Però i nostri numeri li ha scritti proprio belli in grande!

La professoressa Testarossa è sempre molto indaffarata: arriva a scuola con un sacco di libri, fogli e quadernoni e poi le piace molto leggerci i racconti. Legge molto bene, facendo l'intonazione giusta che noi non riusciamo proprio a scollare le orecchie da quello che dice e fa anche tutte le voci dei personaggi, ma proprio tutte: le vocine, le vocette e le vocione. Una volta ci ha letto un racconto molto bello, però non ci ha detto chi l'aveva scritto. Strano, perché di solito lei ci dice sempre l'autore e il libro, perché è una prof molto precisa. Io ci ho pensato su un po' e credo che il racconto l'abbia scritto lei, la professoressa, perché io la vedo ogni tanto, mentre noi facciamo degli esercizi o la verifica: lei gira tra i banchi, mi dice di smetterla di disegnare le automobili sul bordo del foglio, poi corre alla cattedra e scrive qualcosa, poi si rialza, fa un altro giro d'ispezione e poi corre di nuovo a scrivere. Sì, io credo proprio che abbiamo una professoressa scrittrice.
Inoltre, ho sentito dire che la professoressa Testarossa fa il blog, che non ho ancora capito bene cosa sia, ma dev'essere o una cosa molto bella, perché tutti ne parlano, o molto brutta, perché lo fanno anche i suoi alunni di terza e quindi penso che sia una cosa tipo i compiti o le verifiche. Ecco, la professoressa Testarossa dice sempre “la mia terza” quando parla di quelli più grandi, che hanno anche dei nomignoli strani ma belli come Amebo: noi non siamo ancora suoi e non abbiamo ancora i nomignoli strani, ma io penso che dobbiamo avere un po' di pazienza con lei, perché si deve ancora abituare. Io lo so, che prima o poi ce l'avrò anch'io, il mio bel nomignolo.
Dimenticavo: la prof Testarossa non ha i capelli rossi e non si chiama così, ma io dentro di me le ho dato questo nome perché secondo me è una prof proprio super: tra le prof, una vera Ferrari.

Primino

ndr: sì, questa è la settimana dei raccontini. Domenica ho avuto un improvviso furor creativo. Vi è andata bene? Vi è andata male? Ai posteri...

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