Grazie ad un'amica di web, l'ho rivista. Lei, la scena madre, il clou della serie che ha rovinato per sempre l'esistenza di qualunque fanciulla che avesse un'età compresa tra i quattro e i quattordici anni (anche qualcuno in più, va' là) nella prima metà degli anni ottanta. Sto parlando di Candy Candy, il cartone animato che ci ha fatto credere che esistano uomini con gli occhi azzurri, belli e gentili, che amano il giardinaggio, danno il nostro nome ad una rosa e non sono gay; che ci ha indotte ad essere attratte da uomini irrimediabilmente sfigati (Anthony che muore cadendo da cavallo), affascinanti, inaffidabili e bastardi dentro (Terence), sfuggenti all'inverosimile, socialmente disadattati e dagli evidenti disturbi di personalità (Albert alias lo zio William alias Il Principe della Collina); che ha scatenato in noi il complesso della crocerossina, il senso di colpa, lo spirito di sacrificio, il masochismo spinto all'estremo e la sindrome di Pollyanna. Dicevo: stavo parlando di lei, la scena madre, la scena matrigna, l'ombelicus mundi affettivi, la scena della scala, quella della separazione tra Candy e Terence.
Piccolo riassunto per i non addetti ai lavori: Candy Candy è un'orfana con improbabili codini riccioluti ed infiocchettati anche alla soglia dei venticinque anni, che (dopo una serie infinita di vicissitudini su cui soprassiedo) viene adottata da un ricco e sconosciuto benefattore, che la invia a studiare a Londra in un prestigioso collegio. Qui incontra Terence, rampollo di una famiglia benestante: Terence ha il capello lungo, è smaliziato, fannullone, ribelle, porta giacche da dandy e da grande vuole fare l'attore. Un gran figlio di puttana. Un figo, insomma. Inutile dire che la donna coi cipolloni biondi se ne innamora. Inutile dire che tutto il mondo è ostile a quest'ammmore: la famiglia di lui, i fratellastri di lei. I due sono costretti a separarsi (complice anche lo scoppio della Prima Guerra Mondiale) e a tornare in America. Lì, Candy intraprende gli studi da infermiera (ecchillallà!). Un giorno, riceve una lettera da New York: è di Terence, che la invita alla prima (Broadway, mica robetta!) di Romeo e Giulietta dove lui, indovinate che cosa fa? Il filtro velenoso? Il frate grasso? No, Romeo, bravi. Romeo però è talmente preso dalla sua parte (metodo Stanislavskij ante litteram) che ha una relazione la sua Giulietta, tale Susanna, donna assolutamente piagnucolosa et insignificante anche se con un taglio di capelli decisamente più umano di quell'altra, ma ricca sfondata e naturalmente molto gradita alla mammazza del bellimbusto: il fidanzamento ufficiale è solo questione di settimane. Il problema è che Susanna, in un impeto d'ammmore, di sconsideratezza e d'impeditezza fisica, ha salvato il suo amato attorucolo dalla caduta di un riflettore di scena, rimanendone però schiacciata e rimediando una bella et incurabile paraplegia. Immaginatevi i sensi di colpa di Terence che, naturalmente, aveva appena deciso di troncare con Susannatuttapanna e dichiararsi all'infermierina del suo cuor. Quando Candy si reca a teatro e lo viene a sapere, decide di fare la cosa giusta (ecchillallà 2) e di rinunciare all'uomo della sua vita.
Eccovi la scena strappalacrime:
Rileggiamo con attenzione l'ultima parte del dialogo.
Lui, appassionato: “Io non voglio che tu vada via. Vorrei che il tempo si fermasse in questo momento.”
Lei, con voce tremula: “Terence...”
Lui, commosso: “Non dire niente, ti scongiuro...”
Lei, lacrimante, pensa: “Terence, ma tu stai piangendo! Oh, caro, mi ami, lo so... anch'io ti amo tanto e purtroppo dobbiamo separarci. Com'è crudele la vita...!”
Lui, straziato dal dolore, ma fermo: “Non sai quanto mi dispiace lasciarti, ma lo devo fare. Promettimi che cercherai ugualmente di essere felice.”
Lei, trovando anche la forza di sorridere: “Sì, Terence, promettimelo anche tu.”
La neve si posa lieve sul freddo inverno che è sceso sui loro cuori. Dramma.
Ora, tralasciando il numero di luoghi comuni triti e ritriti già sentiti da qualunque donna, che tra l'altro mi fanno sospettare che i maschietti in realtà, mentre fingevano di giocare con le Hot Wheels e il galeone dei Playmobil, guardassero di soppiatto il cartone traendone preziosi suggerimenti per il domani, voglio dire: me ci rendiamo conto? Quello ti molla per un'altra per nonsisabenequalemotivo e tu fai anche buon viso a cattivo gioco? Ovvio che poi una cresce con seri problemi nelle relazioni interpersonali e il masochismo va via come il pane! Quindi, ora, a trent'anni suonati, dopo una serie di badilate sulle gengive, dopo essere riuscita a costruirmi una certa stabilità emotiva e una discreta autostima, posso farlo. Riscrivere il dialogo come dovrebbe essere. Come ogni donna dovrebbe fare.
Lui, appassionato: “Io non voglio che tu vada via. Vorrei che il tempo si fermasse in questo momento.”
Lei, con voce tremula: “Terence...” - intanto rimugina: “Ecco, appunto, stiamo qui e tu non andare da quella là.”
Lui, commosso: “Non dire niente, ti scongiuro...”
Lei, lacrimante, pensa: “Terence... io non dico nulla, ma di' tu qualcosa di sensato, cazzo! Sii uomo! Mollala, quella piaga!”
Lui, straziato dal dolore, ma fermo: “Non sai quanto mi dispiace lasciarti, ma lo devo fare...”
Lei, si scatto: “Cooosaaa??? Devi??? Ma che razza di senso ha? Ma che uomo sei??? Vigliacco pusillanime senza spina dorsale che non sei altro!!!”
Lui, sopreso dalla reazione di lei: “Beh, sì... però... - cerca le parole che possano tirarlo fuori dalla merda e pensa di averle trovate – Promettimi che cercherai ugualmente di essere felice!”
Lei, alzando la voce: “Ma sei totalmente cretino? Ma lo sai quanto tempo mi ci vorrà per ripigliarmi da una cosa del genere, eh? Lo sai che mi macererò nel dolore per settimane e per mesi, che mi verranno i lacrimoni ogni volta che vedrò una giacca dello stesso colore assurdo della tua, che mi strafogherò di cioccolata riempendomi di ciccia e brufoli e che finirò nei letti dei peggiori analfabeti buoni a nulla, purché dotati di solidi bicipiti, per cercare di dimenticarti? Eh, lo sai, questo?”
Lui, balbettando: “Ma... ma... ma... a questo punto tu... tu avresti dovuto a-augurarmi d-di essere f-felice...”
Lei, sbraitando: “Feliceee??? Guarda, evito di infierire su quella poveraccia che ci ha rimesso le gambe per colpa tua, che e che tanto comunque ti tradirà col fisioterapista o col chirurgo ortopedico, ma tu... tu... che tte possino! Che ti crolli la scenografia addosso, che tu finisca a fare l'attore per il Bagaglino, che ti vengano la scabbia, i piedi puzzolenti, la calvizie incipiente, lo strabismo, l'eiaculatio precox ed un'enorme, dolorosissima e incurabile pustola purulenta sulla punta del pisello!!! E ora scusa, vado, che quel bonazzo dell'attrezzista del teatro m'ha fatto l'occhiolino.”.
Ahhh, sì. Catartico.