CANDYSMI ovvero DONNE ROVINATE DAI CARTONI ANIMATI GIAPPONESI

ticchettato da lanoisette mercoledì, 25 novembre 2009, alle 22:41
Grazie ad un'amica di web, l'ho rivista. Lei, la scena madre, il clou della serie che ha rovinato per sempre l'esistenza di qualunque fanciulla che avesse un'età compresa tra i quattro e i quattordici anni (anche qualcuno in più, va' là) nella prima metà degli anni ottanta. Sto parlando di Candy Candy, il cartone animato che ci ha fatto credere che esistano uomini con gli occhi azzurri, belli e gentili, che amano il giardinaggio, danno il nostro nome ad una rosa e non sono gay; che ci ha indotte ad essere attratte da uomini irrimediabilmente sfigati (Anthony che muore cadendo da cavallo), affascinanti, inaffidabili e bastardi dentro (Terence), sfuggenti all'inverosimile, socialmente disadattati e dagli evidenti disturbi di personalità (Albert alias lo zio William alias Il Principe della Collina); che ha scatenato in noi il complesso della crocerossina, il senso di colpa, lo spirito di sacrificio, il masochismo spinto all'estremo e la sindrome di Pollyanna. Dicevo: stavo parlando di lei, la scena madre, la scena matrigna, l'ombelicus mundi affettivi, la scena della scala, quella della separazione tra Candy e Terence.

Piccolo riassunto per i non addetti ai lavori: Candy Candy è un'orfana con improbabili codini riccioluti ed infiocchettati anche alla soglia dei venticinque anni, che (dopo una serie infinita di vicissitudini su cui soprassiedo) viene adottata da un ricco e sconosciuto benefattore, che la invia a studiare a Londra in  un prestigioso collegio. Qui incontra Terence, rampollo di una famiglia benestante: Terence ha il capello lungo, è smaliziato, fannullone, ribelle, porta giacche da dandy e da grande vuole fare l'attore. Un gran figlio di puttana. Un figo, insomma. Inutile dire che la donna coi cipolloni biondi se ne innamora. Inutile dire che tutto il mondo è ostile a quest'ammmore: la famiglia di lui, i fratellastri di lei. I due sono costretti a separarsi (complice anche lo scoppio della Prima Guerra Mondiale) e a tornare in America. Lì, Candy intraprende gli studi da infermiera (ecchillallà!). Un giorno, riceve una lettera da New York: è di Terence, che la invita alla prima (Broadway, mica robetta!) di Romeo e Giulietta dove lui, indovinate che cosa fa? Il filtro velenoso? Il frate grasso? No, Romeo, bravi. Romeo però è talmente preso dalla sua parte (metodo Stanislavskij ante litteram) che ha una relazione la sua Giulietta, tale Susanna, donna assolutamente piagnucolosa et insignificante anche se con un taglio di capelli decisamente più umano di quell'altra, ma ricca sfondata e naturalmente molto gradita alla mammazza del bellimbusto: il fidanzamento ufficiale è solo questione di settimane. Il problema è che Susanna, in un impeto d'ammmore, di sconsideratezza e d'impeditezza fisica, ha salvato il suo amato attorucolo dalla caduta di un riflettore di scena, rimanendone però schiacciata e rimediando una bella et incurabile paraplegia. Immaginatevi i sensi di colpa di Terence che, naturalmente, aveva appena deciso di troncare con Susannatuttapanna e dichiararsi all'infermierina del suo cuor. Quando Candy si reca a teatro e lo viene a sapere, decide di fare la cosa giusta (ecchillallà 2) e di rinunciare all'uomo della sua vita.

Eccovi la scena strappalacrime:

.

Rileggiamo con attenzione l'ultima parte del dialogo.
Lui, appassionato: “Io non voglio che tu vada via. Vorrei che il tempo si fermasse in questo momento.”

Lei, con voce tremula: “Terence...”
Lui, commosso: “Non dire niente, ti scongiuro...”
Lei, lacrimante, pensa: “Terence, ma tu stai piangendo! Oh, caro, mi ami, lo so... anch'io ti amo tanto e purtroppo dobbiamo separarci. Com'è crudele la vita...!”
Lui, straziato dal dolore, ma fermo: “Non sai quanto mi dispiace lasciarti, ma lo devo fare. Promettimi che cercherai ugualmente di essere felice.”
Lei, trovando anche la forza di sorridere: “Sì, Terence, promettimelo anche tu.”
La neve si posa lieve sul freddo inverno che è sceso sui loro cuori. Dramma.

Ora, tralasciando il numero di luoghi comuni triti e ritriti già sentiti da qualunque donna, che tra l'altro mi fanno sospettare che i maschietti in realtà, mentre fingevano di giocare con le Hot Wheels e il galeone dei Playmobil, guardassero di soppiatto il cartone traendone preziosi suggerimenti per il domani, voglio dire: me ci rendiamo conto? Quello ti molla per un'altra per nonsisabenequalemotivo e tu fai anche buon viso a cattivo gioco? Ovvio che poi una cresce con seri problemi nelle relazioni interpersonali e il masochismo va via come il pane! Quindi, ora, a trent'anni suonati, dopo una serie di badilate sulle gengive, dopo essere riuscita a costruirmi una certa stabilità emotiva e una discreta autostima, posso farlo. Riscrivere il dialogo come dovrebbe essere. Come ogni donna dovrebbe fare.

Lui, appassionato: “Io non voglio che tu vada via. Vorrei che il tempo si fermasse in questo momento.”
Lei, con voce tremula: “Terence...” - intanto rimugina: “Ecco, appunto, stiamo qui e tu non andare da quella là.”
Lui, commosso: “Non dire niente, ti scongiuro...”
Lei, lacrimante, pensa: “Terence... io non dico nulla, ma di' tu qualcosa di sensato, cazzo! Sii uomo! Mollala, quella piaga!”
Lui, straziato dal dolore, ma fermo: “Non sai quanto mi dispiace lasciarti, ma lo devo fare...”
Lei, si scatto: “Cooosaaa??? Devi??? Ma che razza di senso ha? Ma che uomo sei??? Vigliacco pusillanime senza spina dorsale che non sei altro!!!”
Lui, sopreso dalla reazione di lei: “Beh, sì... però... - cerca le parole che possano tirarlo fuori dalla merda e pensa di averle trovate – Promettimi che cercherai ugualmente di essere felice!”
Lei, alzando la voce: “Ma sei totalmente cretino? Ma lo sai quanto tempo mi ci vorrà per ripigliarmi da una cosa del genere, eh? Lo sai che mi macererò nel dolore per settimane e per mesi, che mi verranno i lacrimoni ogni volta che vedrò una giacca dello stesso colore assurdo della tua, che mi strafogherò di cioccolata riempendomi di ciccia e brufoli e che finirò nei letti dei peggiori analfabeti buoni a nulla, purché dotati di solidi bicipiti, per cercare di dimenticarti? Eh, lo sai, questo?”
Lui, balbettando: “Ma... ma... ma... a questo punto tu... tu avresti dovuto a-augurarmi d-di essere f-felice...”
Lei, sbraitando: “Feliceee??? Guarda, evito di infierire su quella poveraccia che ci ha rimesso le gambe per colpa tua, che e che tanto comunque ti tradirà col fisioterapista o col chirurgo ortopedico, ma tu... tu... che tte possino! Che ti crolli la scenografia addosso, che tu finisca a fare l'attore per il Bagaglino, che ti vengano la scabbia, i piedi puzzolenti, la calvizie incipiente, lo strabismo, l'eiaculatio precox ed un'enorme, dolorosissima e incurabile pustola purulenta sulla punta del pisello!!! E ora scusa, vado, che  quel bonazzo dell'attrezzista del teatro m'ha fatto l'occhiolino.”.

Ahhh, sì. Catartico.

REAZIONI

ticchettato da lanoisette venerdì, 16 ottobre 2009, alle 21:58
Per quanto gli esperti di didattica sostengano la validità delle metodologie intrattive, che coinvolgono e rendono la classe protagonista dell'apprendimento, chiunque sia stato studente ha una predilezione più o meno nascosta per la lezione frontale, quella bella soporifera, in cui le parole della prof entrano da un orecchio ed escono dall'altro, scompigliando appena i neuroni con una lieve brezzolina che concilia il riposo antimeridiano. So bene dunque che quando estraggo lo scatolino coi gessetti colorati intimando alla platea sonnacchiosa di prendere il quaderno per copiare lo schema che mi appresto a tracciare alla lavagna a grandi tratti, solo i più diligenti e secchioncelli o gli amanti dei cromatismi pastello a contrasto sul nero abbozzano un sorrisetto. Per il resto, è un coro di "uuuh... uffaaa... ancora scrivere? ...è obbligatorio? ..ma anche io? ...mi fa male la mano ...non ho il quaderno ...naaa!". Un coro, appunto. Tra cui oggi si è levata, sommessa ma ben percepibile, una voce solista: "Bella lì, bella topolona!".
a proposito di:la classe non è acqua, pezzi di pregio
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LE PAROLE CHE CI AVETE DETTO

ticchettato da lanoisette martedì, 13 ottobre 2009, alle 00:08
Noi donne moderne siamo romantiche ma disincantate, sognatrici ma coi piedi (coi tacchi) ben piantati per terra: sbaviamo sulle dichiarazioni d'amore da copione ma siamo consapevoli che l'educazione sentimentale di molti maschietti (che per parecchi si limita a io Tarzan-tu Jane e patapìm e patapèm) è carente soprattutto sotto l'aspetto linguistico. E se per l'uomo medio già non è scontato mettere insieme quattro parole decenti per dirti che gli piaci, figuriamoci quando ti deve comunicare che non c'è trippa per gatti. Dunque, ogni donna ha dovuto fare i conti con capolavori di tempismo, tatto e arte retorica (tutti documentati) che vanno dal crudo, ma sensato non è scattato quello che doveva scattare, al metafisico io vorrei guardare avanti, ma il passato, ironia della sorte, non è ancora passato, allo sveviano io so cosa dovrei fare per riconquistarti, ma non so come farlo, allo scaricabarile se vuoi andiamo a bere qualcosa, ma non è che io ne abbia molta voglia, al freudiano non posso venire a letto con te perché ti stimo troppo. Così una incassa, si stende sul letto a fissare il soffitto il soffitto per un tempo variabile dalle quattro ore ai quattro mesi nei casi più gravi, mette l'ennesima toppa all'autostima – naturalmente con l'aiuto delle amiche, che per raccogliere uno a uno i pezzi son costrette a lucidare il cucchiaino del servizio buono – e poi riparte. Però a tutto c'è un limite, insomma. Dunque chiedo a voi: a quale tortura medievale dovrebbe essere sottoposto l'uomo che, dopo languidi sguardi, battutine ammiccanti e un tiraemolla di parecchi mesi (e sono fidanzato – e l'ho lasciata ma sono triste – e non sono più triste ma siamo colleghi), complice una trasferta di lavoro, coglie la palla al balzo con la mia amica Incarriera e la mattina seguente le serve sul vassoio della colazione, condito con la migliore faccia da cane bastonato che si ricordi un “beh, sì, è stato abbastanza carino... comunque, non come mi aspettavo”?

DOCAHOLIC

ticchettato da lanoisette giovedì, 24 settembre 2009, alle 23:23
Sto seriamente pensando di denunciare ai SERT, ai NAS, a Forum e al MOIGE gli esseri che hanno pensato di infilare nella stessa serata il neurochirurgo Derek Shepherd, il dottor J.D. Dorian e un John Carter III alle prime armi - in coppia col pediatra più sciupafemmine che la storia della tv ricordi. Questa è istigazione alla dipendenza, che sia chiaro.
a proposito di:palinsesto, pezzi di pregio
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STEREOTIPI E STEREOTIPE

ticchettato da lanoisette sabato, 22 agosto 2009, alle 17:38
Rubato al Grigio.

 

NIENTE APPRETTO, PER FAVORE!

ticchettato da lanoisette mercoledì, 22 luglio 2009, alle 17:23
amica di Noisette: "...devo cercare di scordarmi di questa storiaccia il prima possibile...
...Non so come, ma devo farcela."

Noisette: "Sì, devi farcela. Ti serve uno Stropicciatore."

A tutte le donne è capitato, prima o poi, di prendere una tramvata sui denti, di quelle forti, di quelle che ti fanno barcollare per un bel po', di quelle che non è il male né la botta, ma purtroppo il livido. Rimettersi in sesto da mazzate così non è per nulla facile, ci vogliono lacrime, tempo, forza d'animo, una nutrita serie di mojito con le amiche... e soprattutto ci vuole lui, lo Stropicciatore.
Lo Stropicciatore ti ha messo gli occhi addosso da tempo, ma non è mai stato troppo invadente né appiccicoso; sa cosa ti è successo, ma non troppo; ti conosce abbastanza, ma non troppo; è belloccio, ma non troppo; ti piace, ma non troppo. Tutto non troppo, vero, ma solo per non incorrere nel rischio di un eccessivo coinvolgimento sentimentale; in tal caso lo Stropicciatore potrebbe passare dalla funzione terapeutica a cui è giustamente deputato al ruolo di uomo di transizione, e lì son dolori, perchè ciò non è nella sua natura. Lui non è fatto per una relazione stabile, è un seduttore nato: passa, stropiccia e se ne va. Il tutto con leggerezza, senza strascichi, senza rancori. Ma è proprio quello che ci vuole dopo che è finita quella che pensavi potesse essere LaRelazione.
Perché lo Stropicciatore riesce in quello che sembrava impossibile: ti fa sentire di nuovo desiderabile dopo settimane in cui nello specchio vedevi la sorella brutta del sacchetto dell'umido, ti spinge ad infilarti abito scollato e tacchi dopo due mesi di pigiama e ciabatte, ti fa ridere quando credevi di essere diventata a buon diritto un'azionista della Kleenex, ti fa salire di nuovo l'ormone quando avevi ormai deciso di comprare su eBay quella cinturona in ferro con lucchetto del XVII secolo... Ti fa essere di nuovo una donna, insomma. Magari non una donna fresca di bucato, inamidata e stirata a puntino come la tovaglia buona, ché la vita, si sa, consuma, strappa, macchia e spiegazza. Ma tra tutte le grinze, quelle che si portano meglio sono senza dubbio quelle di una bella stropicciata, maschia e decisa: non per nulla il puro lino è molto più chic, se ha l'aria un po' vissuta.

TRA LE PAGINE CHIARE E LE PAGINE SCURE

ticchettato da lanoisette giovedì, 16 luglio 2009, alle 13:27
Stamattina mi è venuto in mente Paco. Mentre pulivo per benino la libreria a muro dell'ingresso, spostando i libri e passando con un panno umido la superficie scura degli scaffali. Non poteva che tornarmi in mente in un momento così, lui, che amava quella libreria a dismisura, che se la contemplava per dei quarti d'ora e che sosteneva che quella, insieme alla luce "da lontano" che entra dalla finestra del mio soggiorno, era già un motivo buono per sposarmi. Lui con cui non è mai funzionata, con cui non è mai iniziata, in verità, perchè nonostante i continui allontanarsi e ritrovarsi – spesso a caso, spesso nei modi più buffi e impensati – non era mai tempo per noi: o troppo restìo a lasciarsi coinvolgere lui, o a pezzi dopo una storia finita male io. Lui che mi ha detto "Non posso venire a letto con te perché ti stimo troppo" e che un anno e mezzo dopo mi ha chiesto, tra il serio e il faceto, di sposarlo. Via sms. Paco ombroso e umorale, scontroso con quasi tutti ma galante come solo alcuni uomini del sud sanno esserlo. E docente di razza, uno di quei colleghi di sostegno di cui ce ne sono pochi, emigrato al Nord per scelta di vita e tornato ad insegnare in una paesino dell'Aspromonte, dove la  'ndrangheta la incontri ai colloqui coi genitori, per stare, almeno per un po', vicino alla sua famiglia.
Mi è venuto in mente. E ho realizzato che mi manca. Non mi manca l'uomo, ma l'amico: quello delle chilometriche chiacchierate in veranda sulla vita, sull'amore, sulla scuola; quello che mi accompagnava nelle salette semivuote delle cinema d'essai e che rideva con me delle sciure radical-chic che commentavano i film dei cineforum; quello che si precipitava a casa mia con una vaschetta di gelato alla soja e una bottiglia di rum quando ero incazzata coi colleghi, coi ragazzi, col mondo; quello che mi ha regalato un paio dei libri che mi sono più cari; quello che mi chiedeva di correggergli le sue coltissime e perfette relazioni finali e che mi portava – non c'era verso di impedirglielo – la borsa di scuola.
Gli ho mandato un sms. Mi ha risposto che mi abbraccia. Me, ma soprattutto i miei libri.

LA FOLLIA DELLA DONNA ovvero Fenomenologia della calzatura applicata ai sentimenti

ticchettato da lanoisette venerdì, 26 giugno 2009, alle 22:51
Le scarpe, gli uomini. Croce e delizia dell'esistenza di qualunque donna. Che poi, diciamocela tutta, gli uomini alle scarpe ci somigliano davvero. Ecco perché.

C'è la scarpa trendissima, quella all'ultimo grido, ma che alla lunga distanza si rivela un investimento sbagliato, importabile già alla stagione successiva; c'è l'intramontabile mocassino, semplice e rassicurante, ma noiosetto; lo stivale nero, cavallo di battaglia di ogni inverno, femminile e di classe ma da riporre immediatamente ai primi caldi; o il sandalo-gioiello, splendido e sbarluscento ma così spesso relegato in fondo all'armadio per mancanza di occasioni; e il suo esatto apposto, la sneaker sportiva, ma suvvia, non si può avere sempre sedici anni.
E poi c'è il must, la scarpa che accompagna ogni donna dall'albore della sua femminilità all'inevitabile declino, la compagna di una vita: la décolleté nera col tacco. Quella che si abbina alla perfezione col tubino, che spacca col taiòr, che dà quel tocco sexy e di classe anche al jeans delavé, che porteresti anche con la mimetica, col burka, col pareo. E tralasciamo pure annose questioni sull'altezza del tacco o sulla punta più o meno puntuta: ognuna di noi sa bene cosa può o non può permettersi, se la punta tonda ci fa il piede a banana e quella stretta ci provoca un'artrite fulminante, se sui twelve rischiamo l'osso del collo o se col tacchetto rasoterra sciabattiamo come Nonna Papera.
Insomma, lei, la scarpa della vita, quella che prima ne hai provate decine di altre o hai azzeccato l'acquisto al primo colpo, magari pure in saldo. Ma, attenzione, non tutte le décolletés nere – non tutti gli uomini – sono quello che sembrano quando le ammiri in vetrina: troppo larghe, troppo strette, troppo delicate, con la suola scivolosa, instabili o troppo rigide.
Però, a volte capita che trovi quella assolutamente perfetta per te. La riconosci all'istante: la tonalità di nero è quella giusta, non troppo lucida, non troppo opaca. La provi: il piede ti ci sta che manco Cenerentola, la pelle è morbida ma non troppo, il tacco sostiene il tallone esattamente nel suo baricentro e slancia la gamba che è una meraviglia... insomma, ci potresti camminare per mari e per monti senza farti venire una vescica (ché di vesciche non si muore, ma rendono tutto più faticoso, no? [cit.]). E sei pronta, lì, col portafoglio in mano, a portarti a casa quel gioiello della calzatureria ma... ogni tanto c'è un ma. Perchè la scarpa perfetta costa un botto, molto di più di quanto puoi umanamente permetterti anche dando fondo al conto in banca; oppure – peggio – la commessa sorridente ti dice: "Mi spiace, signorina, ma questo è l'ultimo numero ed è già venduto. Passano a ritirarlo domani". E ti mangi le mani e un po' odi la tizia che le indosserà al tuo posto. E la invidi, e ti consoli solo augurandole che le si rompa il tacco e pensando che a lei non staranno mai perfettamente bene come a te, ecco.
Altre volte, invece, la décolleté è bella, bellissima, ma non calza come un guanto: una vescichina qui, un doloretto lì, una spelatura là. Niente di grave o irreparabile, ma perfette-perfette non sono. Però sono proprio adorabili e ti piange il cuore a pensare di lasciarle nella scatola e non usarle mai più. E allora ti ci metti d'impegno: le porti un po' in casa, poi una volta in cui non devi camminare troppo, poi un'altra in cui sei fuori per una mezza giornata... e piano piano, senza nemmeno che tu te ne accorga, la scarpetta prende la tua forma, e il tuo piede la sua e ormai ci potresti correre i quattrocento ostacoli senza batter ciglio. E anche se a furia di provarla e riprovarla qualche traccia c'è – uno schizzo di fango, il tacco un po' consumato, qualche segno sulla tomaia – basta una bella lucidata per farla tornare lo splendore che avevi addocchiato sullo scaffale.
E, amiche scarpe, ometti cari, lasciatevelo dire: essere la scarpa perfetta di una donna è una botta di fortuna inaudita, un miracolo della vita che approfitta di un secondo di distrazione del destino cinico e baro, roba da baciarsi i gomiti più che per una vincita al Superenalotto. Ma diventare la scarpa perfetta è un miracolo di attenzione, costanza, pazienza e dedizione. D'amore, insomma.

PALESTRA PER SIGNORI

ticchettato da lanoisette martedì, 14 aprile 2009, alle 11:13
Disclaimer: questo post è stato scritto in un momento di ira et furor contro il genere maschile. Non si risponde dei suoi contenuti.

Si dice che gli uomini sono proprio tutti uguali. Forse sì, forse no. Quello che è sicuro, è che i miei uomini una cosa in comune tra loro ce l'hanno di certo: al momento della rottura (che li molli io o che mi mollino loro) sembra sempre che stiano per morire, che sotto i piedi gli si apra un baratro, che gli venga a mancare l'unica loro ragione di vita. Questo, per tre o quattro giorni. Poi, basta. Io mi dispero, mi tormento, mi sento in colpa, piango, mi deprimo, m'ingozzo di cioccolato, rimugino, rielaboro, analizzo, sviscero per settimane o per mesi. Loro no. Un'ululata alla luna e via: s'innamorano, si fidanzano, si sposano.
Evidentemente, sono taumaturgica: erano degli orsi asociali? Eccoli lì, brillanti mattatori della serata, reginetti di questo ellepì. Erano insicuri e depressi? Diventano tutto a un tratto baldanzosi e ottimisti, tutti aspersi col profumo della vita. E me lo vengono anche a dire: “Sai, grazie a te sono un uomo migliore”, proprio come fece l'Intellettualedisinistra. E sai quanto ci voleva: quando ti ho conosciuto eri uno studente scioperato, appiedato, senza una lira in tasca e anche un po' punkabbestia; io ti ho spinto a finire gli esami, a cercare lavoro, a prendere la patente, e ti ho pure dato una bella ripulita al look e non solo a quello.
Del resto, è sempre stato così, fin dai tempi del mio primo fidanzato, il Mago, il quale, a dieci anni di distanza dall'accaduto, ancora non mi saluta quando m'incontra per strada. Egli però, dopo avermi sfracellato i cosiddetti per tre anni di seguito con la storia che ero troppo in carne e troppo poco di classe per i suoi gusti, un paio di settimane dopo aver urlato al mondo che non avrebbe amato nessun'altra oltre a me, che gli avevo spezzato il cuore, si è messo con una tizia larga il doppio&alta la metà della sottoscritta, e con un bel serpentone tatuato intorno all'ombelico, roba chic. Ci sta insieme da allora, convive con lei, tra qualche mese se la sposa.
E che dire poi del Possessivo che già mi vedeva madre dei suoi figli, ma che dopo avermi lasciata perché ero troppo libera e indipendente, troppo poco femmena 'e casa, è andato a sollazzarsi con un'infinita serie di brave femmene 'e casa, di quelle che a casa col marito ci stanno in ciabatte e aprono all'idraulico in reggicalze?
E cosa pensare dello Straniero, infine, che al termine della nostra storia disse mi sento come se mi avessero amputato un braccio? Beh, un mese dopo, eccola lì, una bella protesi in titaniocarbonio con vera d'oro giallo all'anulare sinistro come dotazione di serie.
Dunque, miei amati amici di blogghe, voi, ometti che leggete e commentate le mie peripezie scolastiche e amorose, voi che soli mi volete bene e apprezzate sinceramente le mie intrinseche qualità, questo post è per voi: ebbene sì, ho deciso di mettere a vostra disposizione le mie competenze e capacità in materia.
Volete dare una svolta alla vostra vita? Volete avere successo con le donne? Sognate il grande amore? Sarò il vostro preparatore atletico, il vostro personal trainer, il vostro relationship coach. Una storia con me e sarete pronti per indossare lo smoking con cui salirete i gradini dell'altare o calcherete il red carpet di una luminosa carriera da sciupafemmine.
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Le iscrizioni sono aperte.

DISINTERESSATAMENTE

ticchettato da lanoisette giovedì, 22 gennaio 2009, alle 23:02
Ovvero il Feuilleton, quarta puntata.

1

B.T.: “Senti, ma tu non dovevi fare quel corso sulla LIM*?”

L.: “Sì, ma la collega responsabile si è dimenticata di avvisarmi è il corso è già partito.”

B.T.: “No, sai, perché oggi noi docenti di tecnologia e matematica abbiamo una riunione e pare che ci siano dei posti disponibili per un corso, se vuoi faccio il tuo nome.”

L.: “Ah, grazie, che gentile!”

B.T.: “Di nulla. - pausa – Penso che lo farò anch'io.”

*Lavagna Interattiva Multimediale

2

Aula docenti, ora buca. Al solito: Noisette corregge, B.T. È al computer.

B.T. si alza, infila la giacca e si avvicina al tavolo per prendere la cartella di cuoio.

B.T.: “Ah, ma stavi correggendo le verifiche?”

L.: “Sì, perché?”

B.T.: “Eh, io ti ho lasciata tranquilla perché pensavo stessi preparando la lezione. Averlo saputo, ti avrei aiutata io, a correggere le verifiche.”

3

B.T. legge il foglio appeso in sala insegnanti su cui è scritta la lista dei partecipanti alla pizzata pre-collegio di settimana prossima.

B.T.: “Ma tu non vieni?”

L.: “No, sai, non posso mangiare la pizza perché bla bla bla... e poi quella sera ho gente a cena perché bla bla bla... e col collegio di mezzo ho bisogno di un po' di tempo per organizzarmi e cucinare.”

B.T.: “Ah, perché, tu cucini anche?”

L.:”Certo che sì, guarda che non solo dalle tue parti le donne sanno cucinare!”

B.T. alza un sopracciglio: “Ah, però. Quindi tu non vieni?”

L.: “Eh, mi sa proprio di no.”

B.T.: “No, è che... vedi qua? Qualcuno ha messo il mio nome nella lista...”

a proposito di:feuilleton, pezzi di pregio, sala prof
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