GIRI DI PAROLE

ticchettato da lanoisette lunedì, 30 novembre 2009, alle 17:20
Tra le brutture ortografiche, gli errori sintattici e le sciatterie lessicali degli alunni, ogni tanto si ha bisogno di qualcosa che riconcili con la parola, che faccia assaporare nuovamente il piacere dello studio e della ricerca suggerendo interessanti spunti per la didattica quotidiana: per questo fino a ieri sera sul mio comodino ha albergato Tra le pieghe delle parole, di Gian Luigi Beccaria. Per gli addetti ai lavori, Beccaria è linguista che non ha bisogno di presentazioni, ma, per tutti, è soprattutto un grandissimo divulgatore che più di una volta ha frugato tra le pagine dei dizionari e le parlate locali per spiegare perché si dice così. In questo saggio si sposta con agilità in tutte le branche della scienza delle parole, dalla linguistica areale alla glottologia, dalla semantica alla linguistica storica alla dialettologia, per diire che dietro le parole si affaccia una visione delle cose, una filosofia, un credo religioso, un punto di vista, insomma, una cultura, intesa come insieme delle conoscenze, delle credenze, del costume e di qualsiasi altra capacità acquisita dall'uomo come membro di una società, per spiegare che nessuna parola è inutile o superflua, che la lingua muta seguendo i bisogni del corpo e della mente, che nessuna lingua e più evoluta o meno evoluta di un'altra. E se i primi tre capitoletti piaceranno soprattutto ai cultori della materia, i restanti sette sono godibilissimi per chiunque, che potrà chiarire l'origine di quel detto o di quel toponimo o addirittura del proprio cognome, che si stupirà di fronte all'estrema concretezza e ricchezza nomenclatoria di alcune lingue, che si divertirà (come è successo a me) nello scoprire che anche i colori (e non solo i loro nomi!) cambiano a seconda delle lingue e delle culture.
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VIVERE, SOPRAVVIVERE E MORIRE A K.

ticchettato da lanoisette lunedì, 02 novembre 2009, alle 13:35
La Trilogia della città di K di Agota Kristof è un libro sconvolgente, un pugno nello stomaco, un capolavoro assoluto che ripercorre in filigrana settant'anni di storia ungherese ed europea: l'occupazione nazista durante la guerra, la liberazione da parte dell'Armata Rossa, la creazione della macchina statale comunista con il suo apparato di controllo del dissenso, la repressione dei moti del '56, la riapertura delle frontiere e il crollo del regime alla fine degli anni '80. Il tutto in uno stile scarno e privo di fronzoli, che soprattutto nella prima parte raggiunge punte di secchezza e sinteticità a volte dolorose – sintassi paratattica, non un aggettivo, non un avverbio in più dello stretto necessario – ma che è capace di modificarsi e diventare più fluido, man mano che scorre attraverso le vite e le voci (in prima persona, singolare e plurale – straordinaria invenzione narrativa, quest'ultima!) di Lucas e Claus, che forse sono gemelli e forse no, che forse sono essi stessi gli autori dei tre libri che costituiscono la trilogia e forse no, che forse hanno ucciso o hanno amato e forse no, che forse hanno mentito e forse no. La successione delle tre parti ribalta e mette in discussione tutto ciò che è stato detto in precedenza, in una lotta continua e senza esclusione di colpi tra la verità e la menzogna, tra la realtà e la scrittura che la manipola, tra la soggettività e l'oggettività, tra l'umanità e la brutalità, tra la compassione e la violenza, tra vivere, sopravvivere e morire. E, alla fine, sono  l'impossibilità di scegliere tra le due opzioni e la durissima ambiguità che ne deriva a rendere indimenticabile il libro.
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ODI ET ODI – GIOCHINO LETTERARIO

ticchettato da lanoisette martedì, 06 ottobre 2009, alle 23:14
Negli ultimi tempi ho letto un paio di libri davvero belli: uno di questi, Espiazione, entra direttamente nella mia top ten di tutti i tempi. Ma non è l'argomento del mio post. Il problema (o forse il fascino) di questi due libri è che, annidati lì dentro tra le righe e i capoversi, ho trovato due tra i personaggi più insopportabili in cui mi sia mai capitato di imbattermi nella mia carriera di lettrice, al punto da provare un vero fastidio fisico, fino ad avvertire l'impulso di grattarmi, come per un improvviso attacco di orticaria. Eccoli qui:
Il dicianovenne, bellissimo, Kiyoaki Matsugae è l'unico rampollo di una facoltosa e nobile famiglia. Ha ricevuto un'educazione raffinata che ne ha accentuato i modi distaccati e aristocratici: tutto è per lui imperfetto, volgare e indegno di attenzione. Tutto, tranne lui. Che altro non è che un ragazzetto insicuro ed egoista, In cerca di continue conferme della sua eccezionalità, emotivamente instabile ed incapace, fino alla crudeltà, di considerare i sentimenti di chi lo circonda. E infatti, quando dovrà fare i conti con l'amore, quello vero, lo scontro della passione impetuosa con la fragilità del suo carattere non potrà che condurre a esiti fatali - in Neve di primavera di Yukio Mishima.
La tredicenne Briony Tallis è precocemente baciata dal dono della scrittura, ma è anche assolutamente presuntuosa e piena di sé fino al rigurgito, e contemporaneamente immatura come solo una ragazzina sa esserlo. Il mondo gira intorno a lei, null'altro importa che le sue percezioni e l'idea che essa si è fatta degli altri: esiste un unico punto di vista - il suo - che osserva, scruta, valuta, giudica inesorabile senza dubbio o incertezza, senza possibilità di scampo o redenzione, così convinto dell'assoluta verità che la sua infantile miopia ha costruito da sostituirsi senza esitazione a quello di un vero giudice e scatenando così una serie di dolorosi eventi che la scrittrice in erba si troverà, appunto, a dover espiare per il resto della sua vita – in Espiazione, di Ian McEwan.

Ecco, vi ho detto di loro, ora chiedo a voi: mi raccontate, qui nei commenti o sul vostro blog (per chi ce l'ha, e magari facendomelo sapere), quali sono per voi i due personaggi più odiosi, antipatici, fastidiosi e insopportabili che dimorano sugli scaffali della vostra libreria?
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COME TI STRONCO IL LETTORE IN ERBA

ticchettato da lanoisette martedì, 15 settembre 2009, alle 18:59
Ovvero: il Manuale dell'inetto professore – Capitolo 1
  1. Assegnate un libro da leggere per le vacanze estive.

  2. Assegnatene uno solo, non date possibilità di scegliere tra una lista di titoli, di seguire gusti e inclinazioni, di lasciarsi ispirare dall'ùzzolo del momento, di frugare in una libreria o in una biblioteca.

  3. Calcolate con attenzione il numero delle pagine, che deve superare almeno quota duecentocinquanta.

  4. Abbiate cura di assegnare un libro che, letto in altre condizioni, senza coercizioni, spontaneamente, nonostante la mole avrebbe molto probabilmente appassionato i ragazzi, instradandone alcuni ad una carriera di voraci lettori e mostrando ad altri che i libri non servono solo ad incurvare le schiene sotto il peso degli zaini. Andate sul sicuro e scegliete, ad esempio, La storia infinita di Michael Ende.

  5. Pretendete che tale libro sia letto integralmente, senza tralasciarne neppure una riga. Non concedete alcuna alternativa all'eventuale abbandono per noia o scarso interesse. O fino all'ultima pagina o morte!

  6. Assegnate il riassunto del libro in questione. Capitolo per capitolo.

PS – Lo so, affezionati lettori, che tanto avreste desiderato un'altra appassionante storia a puntate come il Feuilleton che l'anno scorso vi ha fatto fremere e sospirare. Sono spiacente, ma devo comunicarvi che il Bel Tenebroso è caduto anch'egli sotto la scure dei tagli di Marystar e che la mia attuale sede lavorativa non offre alternative adeguate. Per quest'anno, questo passa il convento.

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PAGINE INSONNI

ticchettato da lanoisette giovedì, 20 agosto 2009, alle 23:08
Leggere fino a notte fonda, incurante dell'ora tarda; cercare di non perdere neanche una parola, neanche una sfumatura, neanche uno di quei dettagli che finiscono per incastrarsi uno nell'altro; viaggiare avanti e indietro, senza soluzione di continuità, attraverso i due piani temporali che costituiscono l'architettura del romanzo, complessa e perfetta, ma così lieve da non portare ombra di macchinosità; costruire poco alla volta i personaggi del romanzo, riconoscere i loro pensieri e le loro emozioni in un passato che non può che condurre a quel presente, come le tessere di un domino inesorabile; divorare pagina su pagina, divorarle con l'ansia di scoprire come tutti i pezzi del puzzle possano trovare il proprio posto, il cerchio la sua quadratura. E, all'ultima pagina, piangere.
Credo che accada solo con pochi libri, con quelli che riescono magistralmente a riunire  sapienza narrativa e profonda e sensibile umanità. Con i grandi, grandissimi libri, insomma.
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RECENSIONE CON DEDICA

ticchettato da lanoisette venerdì, 14 agosto 2009, alle 18:01
Questo post è dedicato alle mie amiche Lot e Profdicorsa che, nonostante mi abbiano già sopportata durante i due anni di SSIS, hanno ancora la pazienza di seguire questo blog e perfino l'ardimento di leggere i libri di cui blatero qui. Dunque, ora rendo loro la pariglia.

Quanto può costare un maiale, intero? Mille lire. Ma a Roma nell'estate del '44, con gli americani alle porte, tra le macerie e gli espedienti per tirare avanti, nessuno nessuno ha tutti quei soldi. Compratevene mezzo! Ma non si può, il maiale è vivo: uno di Frascati l'ha rubato ai tedeschi in fuga e non lo si può ammazzare sennò tra urli e strilli quelli se ne accorgono e se lo riprendono. Così Nino e suo padre Giulio attraversano i sobborghi della città eterna alla ricerca di soci, cento lire io, duecento tu, e ognuno degli strani personaggi che incontrano ha alle spalle una storia da raccontare: una storia che attraversa la Storia, in bilico tra il documento, la fanfaronata, la parabola e la leggenda popolare, una storia che prende vita grazie all'azzeccatissimo miscuglio linguistico tra il romanesco popolare e l'italiano raffinato di cui è capace Ascanio Celestini, che pesca a piene mani dal cesto dei ricordi paterni omaggiando quella tradizione orale di cui tutti noi partecipiamo almeno un po', se solo da bambini abbiamo avuto le orecchie per ascoltare, un po' infastiditi, un po' insonnoliti (e quanto ora ce ne rammarichiamo), il nonno che, come ad ogni pranzo di famiglia che si rispetti, proprio non riusciva ad evitare di tirare fuori le sue Storie di uno scemo di guerra.
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MORTE ANNUNCIATA DI UN AVVOCATO REVISORE

ticchettato da lanoisette domenica, 12 luglio 2009, alle 17:21
Lessi questo libro sette o otto anni fa, e ancora ne ricordo – accanto alla mirabile lezione di giornalismo – la lucidità, la forza e la carica di sdegno civile che lo percorrono.
A trent'anni di distanza dai fatti che racconta, mi sembra giusto rimettere il naso dentro quelle pagine. Per non dimenticare, per capire ciò che il nostro Paese è ancora oggi e perché l'onestà, la coscienza civica, il senso dello Stato e della giustizia non sono (o non dovrebbero essere) di destra né di sinistra.


Per chi non ne avesse mai sentito parlare, cliccare sull'immagine e
qui.
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UN'ORA SOLA TI VORREI

ticchettato da lanoisette giovedì, 11 giugno 2009, alle 22:39
Un'ora secca di shopping, tra la revisione della tesina, il lavaggio dei capelli, il pranzo e la consegna delle pagelle. Un'ora sola. Immaginatevi una mattina intera.


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GERMINAL E DINTORNI

ticchettato da lanoisette domenica, 07 giugno 2009, alle 20:27
Nelle ultime settimane mille piccole e grandi cose mi hanno tenuta un po' lontana dalla pagina scritta. Comunque, ce l'ho fatta: ho terminato le cinquecento, fittissime, pagine di Germinal. In francese. Una soddisfazione che non vi dico: Boch Minore sul comodino e via andare. All'inizio la consultazione è stata d'obbligo, anche solo per familiarizzare coi tecnicismi da minatore, poi basta, mi sono lasciata trasportare dalla potenza delle parole. Perché questo è un capolavoro assoluto, una straordinaria epopea umana, un documento storico vivissimo sulla condizione operaia, un affresco senza mezze tinte, in cui non esistono personaggi positivi, curvi sotto il carico di un'esistenza miserabile, in cui l'alcool, il gioco d'azzardo e il sesso sono le uniche fonti di una gioia feroce e autodistruttiva, in cui la speranza è schiacciata dal peso di un fato che ha le sembianze della spietata selezione naturale e del marchio a fuoco dell'ereditarietà. Le scene di massa sono impressionanti; le descrizioni degli ambienti sospese tra la minuzia del realismo e un'immaginazione favolosa che trasforma la miniera in un mostro possente e divoratore, tra fumo, polvere, sferragliare di carrucole e rumore di picconi; il linguaggio ha una precisione e un'espressività che non fa sconti al turpiloquio più basso, alle urla di rabbia, ai gemiti della fame – sicuramente, all'epoca, non l'avreste trovato nella biblioteca di una signorina “bene”. E tutto – struttura narrativa, caratterizzazione dei personaggi, visione del mondo, narratore impersonale – è ancora di una modernità sorprendente a centocinquant'anni di distanza.
E di nuovo mi ritrovo a pensare, davanti a un romanzo come questo, a quanto la nostra letteratura dell'Ottocento (eccezion fatta per Leopardi) non tenga davvero il passo con i contemporanei francesi, a come il nostro decantato Manzoni appaia irrevocabilmente datato e stantìo di fronte a Flaubert o a Stendhal, a come in Italia nessuno sia stato in grado di concepire qualcosa di così grandioso come la Comédie humaine o il ciclo dei Rougon-Macquart. E, da insegnante, mi chiedo se a volte non sia il caso di fare un passo oltre la porta di casa nostra, di rinunciare ad un po' di patriottismo da tarallucci e vino, di mandare al diavolo la programmazione tradizionale per mostrare ai nostri ragazzi quello che c'è di là.

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GLI OSTACOLI DEL CUORE

ticchettato da lanoisette venerdì, 10 aprile 2009, alle 00:00
Tredici racconti in cui l'amore è sempre un'avventura: avventura casuale o voluta, pericolosa o fortunata; avventura che conduce lontano da sé, dalle proprie abitudini, dai propri schemi mentali; avventura del desiderio incompiuto e della distanza invalicabile, dell'assenza e dell'incomunicabilità.
La penna di Calvino scivola lieve, ma precisa e spietata, su ogni sensazione, su ogni pensiero, su ogni piega della pelle e dell'anima, a delineare le luci e soprattutto le ombre di un sentimento che è sempre difficile, sì, ma mai triste o sconsolato poichè lascia sempre un segno, una traccia, una scia di calore, come l'impronta dei corpi nel letto in quello che a mio parere è uno dei più struggenti racconti d'amore che siano mai stati scritti: L'avventura di due sposi.
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