GIRI DI PAROLE
Tra le brutture ortografiche, gli errori sintattici e le sciatterie lessicali degli alunni, ogni tanto si ha bisogno di qualcosa che riconcili con la parola, che faccia assaporare nuovamente il piacere dello studio e della ricerca suggerendo interessanti spunti per la didattica quotidiana: per questo fino a ieri sera sul mio comodino ha albergato Tra le pieghe delle parole, di Gian Luigi Beccaria. Per gli addetti ai lavori, Beccaria è linguista che non ha bisogno di presentazioni, ma, per tutti, è soprattutto un grandissimo divulgatore che più di una volta ha frugato tra le pagine dei dizionari e le parlate locali per spiegare perché si dice così. In questo saggio si sposta con agilità in tutte le branche della scienza delle parole, dalla linguistica areale alla glottologia, dalla semantica alla linguistica storica alla dialettologia, per diire che dietro le parole si affaccia una visione delle cose, una filosofia, un credo religioso, un punto di vista, insomma, una cultura, intesa come insieme delle conoscenze, delle credenze, del costume e di qualsiasi altra capacità acquisita dall'uomo come membro di una società, per spiegare che nessuna parola è inutile o superflua, che la lingua muta seguendo i bisogni del corpo e della mente, che nessuna lingua e più evoluta o meno evoluta di un'altra. E se i primi tre capitoletti piaceranno soprattutto ai cultori della materia, i restanti sette sono godibilissimi per chiunque, che potrà chiarire l'origine di quel detto o di quel toponimo o addirittura del proprio cognome, che si stupirà di fronte all'estrema concretezza e ricchezza nomenclatoria di alcune lingue, che si divertirà (come è successo a me) nello scoprire che anche i colori (e non solo i loro nomi!) cambiano a seconda delle lingue e delle culture.| link | i vostri commenti (9) | il popup dei vostri commenti (9)
























Leggere fino a notte fonda, incurante dell'ora tarda; cercare di non perdere neanche una parola, neanche una sfumatura, neanche uno di quei dettagli che finiscono per incastrarsi uno nell'altro; viaggiare avanti e indietro, senza soluzione di continuità, attraverso i due piani temporali che costituiscono l'architettura del romanzo, complessa e perfetta, ma così lieve da non portare ombra di macchinosità; costruire poco alla volta i personaggi del romanzo, riconoscere i loro pensieri e le loro emozioni in un passato che non può che condurre a quel presente, come le tessere di un domino inesorabile; divorare pagina su pagina, divorarle con l'ansia di scoprire come tutti i pezzi del puzzle possano trovare il proprio posto, il cerchio la sua quadratura. E, all'ultima pagina, piangere.
Quanto può costare un maiale, intero? Mille lire. Ma a Roma nell'estate del '44, con gli americani alle porte, tra le macerie e gli espedienti per tirare avanti, nessuno nessuno ha tutti quei soldi. Compratevene mezzo! Ma non si può, il maiale è vivo: uno di Frascati l'ha rubato ai tedeschi in fuga e non lo si può ammazzare sennò tra urli e strilli quelli se ne accorgono e se lo riprendono. Così Nino e suo padre Giulio attraversano i sobborghi della città eterna alla ricerca di soci, cento lire io, duecento tu, e ognuno degli strani personaggi che incontrano ha alle spalle una storia da raccontare: una storia che attraversa la Storia, in bilico tra il documento, la fanfaronata, la parabola e la leggenda popolare, una storia che prende vita grazie all'azzeccatissimo miscuglio linguistico tra il romanesco popolare e l'italiano raffinato di cui è capace Ascanio Celestini, che pesca a piene mani dal cesto dei ricordi paterni omaggiando quella tradizione orale di cui tutti noi partecipiamo almeno un po', se solo da bambini abbiamo avuto le orecchie per ascoltare, un po' infastiditi, un po' insonnoliti (e quanto ora ce ne rammarichiamo), il nonno che, come ad ogni pranzo di famiglia che si rispetti, proprio non riusciva ad evitare di tirare fuori le sue Storie di uno scemo di guerra.


Tredici racconti in cui l'amore è sempre un'avventura: avventura casuale o voluta, pericolosa o fortunata; avventura che conduce lontano da sé, dalle proprie abitudini, dai propri schemi mentali; avventura del desiderio incompiuto e della distanza invalicabile, dell'assenza e dell'incomunicabilità.