...il disincanto altro non è che la forma agguerrita dell'incanto
Je suis comme je suis
Nome: lanoisette ("nocciolina" era già occupato, ho optato per il francese: très chic!) anni: poco più di trenta.
professione: prof di lettere.
varie non eventuali: ho un cuore irragionevole (e non è colpa della mitrale), leggo, vado al cinema, giro in bicicletta, ho un ampio gineceo di amiche.
altro?
per ora basta e avanza, mi pare. ah, no, giusto: email a lanoisette@ymail.com
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ticchettato da lanoisette giovedì, 13 agosto 2009, alle 10:35
Il bello delle arene estive, di alcune arene estive, è la possibilità di recuperare film che la grande distribuzione ha quasi ignorato, proiettandoli nelle sale per qualche giorno o poco più. Così, l'altra sera ho preso sottobraccio il Metallo e l'ho portato a vedere Vincere, di Marco Bellocchio: il film racconta la storia semisconosciuta (anche alla sottoscritta) di Ida Dalser, prima compagna e sostenitrice del giovane Benito Mussolini, da cui ebbe anche un figlio, poi fatta internare in ospedale psichiatrico per non ostacolare l'ascesa al potere del Duce. Ci sono molti elementi cari al cinema di Bellocchio: l'ossessione d'amore che sconfina nella follia, le menzogne del potere, la cappa soffocante della religione e del conformismo, la solitudine della reclusione, il desiderio di verità e di vendetta, l'omaggio al cinema e alla sua funzione catartica. E, soprattutto, il film è visivamente straordinario: una fotografia tutta virata nei toni del blu, i lunghi pianisequenza alternati ai primi piani intensi e stravolti dei protagonisti, il richiamo costante – soprattutto nella prima parte – all'iconografia futurista, l'uso sapiente dei filmati d'epoca, il richiamo al linguaggio dei cinegiornali e dei manifesti di propaganda del Ventennio. Non è un film facile, le chiavi di lettura e i piani di significato sono moltissimi e tutti intersecantisi tra loro, ma la narrazione è fluida e gli appassionati di storia troveranno pane per i loro denti. A me è rimasta soprattutto una suggestione: si dice che dietro ad ogni grande uomo ci sia una grande donna, mi chiedo sulle lacrime, il silenzio e le sofferenze di quante donne si sia costruita la storia degli uomini.
PS: il film è piaciuto anche al Metallo, che però si è divertito soprattutto grazie al terzetto di sciure nella fila davanti, le quali si sventagliavano energicamente ad ogni colpo di bacino del focoso Benito.
ticchettato da lanoisette lunedì, 30 marzo 2009, alle 22:44
C'è questa bellissima e disperata e ironica dichiarazione d'amore, no...
...con quella frase lì, to me, you are perfect – per me, tu sei perfetta, che in meno di un anno mi sono sentita dire due volte: la prima, dallo Straniero che, scegliendo un'altra vita e un altro mondo, ha ridotto il mio cuore in briciole; la seconda dal Metallo che non sono riuscita ad amare come meritava.
E allora mi chiedo cosa diamine me ne faccio, di tutta quest'inutile perfezione.
ticchettato da lanoisette martedì, 24 febbraio 2009, alle 00:23
Tratto da un libro che mi dicono splendido, Revolutionary Road è un film intenso e terribile, bellissimo e disturbante. Una storia sulla difficoltà di cambiare la propria vita per mollare tutto e inseguire sogni e desideri, una storia sulla difficoltà di dirlo, di comunicare all'altro quei sogni e quei desideri. Cosa difficile sempre, più difficile ancora nell'America degli anni '50, spaventosamente difficile per un uomo come Frank, che alla soglia dei trent'anni vive nella sua casetta bianca al 155 di Revolutionary Road, con la prospettiva di un lavoro ben retribuito, un terzo figlio in arrivo e qualche scappatella, parte anch'essa di un ménage consolidato e socialmente accettato. E la scelta tra comodità e rispettabilità ormai raggiunte e l'entusiasmo e l'incoscienza che hanno fatto innamorare sua moglie è per lui quasi scontata. Non lo è invece per April, caparbia e anticonformista, che si oppone rabbiosamente, dolorosamente, irrazionalmente, a ciò che il mondo esterno le impone, all'ipocrisia, alla mediocrità, all'atarassia, e che arriverà a perdere sé stessa per cercare di salvare ciò che ai suoi occhi è il fondamento di quel matrimonio, di quell'amore che va scemando e perdendosi nelle convenzioni, nel moralismo e nella routine.
DiCaprio è perfetto nel ruolo del trentenne imbolsito e benpensante, in cui il riaccendersi degli entusiasmi e delle passioni giovanili non è che un fuoco di paglia; la Winslet è semplicemente strepitosa nel dipingere la discesa nell'abisso di una donna a cui i tubini color pastello da mogliettina perfetta andavano decisamente troppo stretti.
P.S.: Tutti abbiamo desiderato, con la lacrima in agguato, che non finisse in quel modo, quando Rose, abbarbicata all'ultimo relitto del Titanic, dà l'addio al suo Jack che sprofonda nelle acque gelide. Ma se quello di cui sopra doveva essere l'happy end matrimoniale... beh, allora, forse, è stato meglio il naufragio.
- Il meraviglioso libro – In fuga, appunto – che mi ha fatto scoprire Alice Munro (ne ho già parlato qui).
- La mia fuga, poco più di un anno fa.
È arrivato con le valigie a casa mia sei settimane dopo il nostro primo appuntamento, battendo sul filo di lana il traguardo dei miei primi trent'anni. E sono cominciate le montagne russe: sei mesi di felicità folle e di abissi terribili, in cui scoprivo sempre più quanto fossimo diversi, quanto quell'uomo che mi faceva sentire amata, unica e indispensabile mi stesse stringendo intorno lacci sempre più stretti e soffocanti. Niente più amiche, niente più cinema, niente più montagna o vela: solo lui ed io, una monade di passione e possessività insensata. Adorata come una dea ma costretta a rinchiudermi nella gabbia dorata della perfetta femmena 'e casa. La sensazione che mi mancasse l'aria. Il tarlo, sempre più profondo, che la rinuncia a me stessa non servisse a far funzionare gli ingranaggi di quel meccanismo meraviglioso e infernale in cui lui chiedeva sempre di più e io mi sentivo svuotare. Tutte le mie energie per lui, energie che non bastavano mai.
Finché un giorno, dopo l'ennesima, furibonda litigata, ho detto la più banale delle frasi: “Torno dai miei”. Quando ho chiuso la porta alle mie spalle, non sapevo se sentissi più intensamente la perdita o la liberazione.
Poche settimane dopo avevo in una mano il timone e nell'altra la scotta di randa e solo mare e vento intorno a me.