CERVELLI FUGGIASCHI ovvero Riflessioni velicolavorative
ticchettato da lanoisette domenica, 23 agosto 2009 , alle 00:54
Oltre alle due acide signorine, tra i miei compari di vela c'era anche un professorone universitario di quelli importanti, emigrato ad insegnare le leggi del mercato all'università di Chicago, uno di quelli a cui si pensa quando i tiggì sfornano i servizi sulla fuga dei cervelli all'estero – e siccome il professorone, al contrario di quelli di cui ho avuto esperienza io, era anche giuovine e simpatico e un po' matto, un paio di battute sul suo cervello in fuga gliele ho anche fatte, eh. Insomma, il professorone, dagli Stati Uniti, dalla città in cui girano (giravano) E.R., dalle rive del lago Michigan, era venuto a far vela lì, proprio lì, in quell'angolo sperduto di Sardegna, neanche tanto bello, in fondo, rispetto al resto della Sardegna, ma ottimo per fare vela. E quindi, per fare vela, s'era preso un paio d'aerei o giù di lì e... zàcchete, eccolo lì, per due settimane di sole, vento, salsedine, scottature e calli sulle mani a furia di cazzar randa. Due settimane per svuotare e rigenerare la testa mentre il fisico si disfa a suon di scuffie e bomate. Due settimane di nulla: niente tv, niente giornali, niente pc... niente pc? Eh no, il simpatico professore s'acquattava almeno un paio di volte al giorno nella sua branda e, munito di portatile tecnologicissimo e chiavetta, si connetteva. E finchè uno è drogato di internet e Féisbuc, vabbè, son passatempi, ma lui no: si connetteva alla sua casella di posta e rispondeva a mail di lavoro, organizzava seminari, fissava incontri. E la cosa buffa è che dall'altra parte della connessione wireless, nessuno si poneva il problema che lui, magari, fosse anche in ferie e ci avesse un padellino così di cavolacci suoi da fare e che, magari, potesse non avere la vogliailtempolapossibilità di rispondere, organizzare, fissare. E mi diceva che sì, in Italia non sarebbe mai arrivato dove è ora, a fare quello che fa ora, a guadagnare quello che guadagna ora, ché qui non ci sono la mentalità, l'organizzazione, le possibilità, ma che là, nella terra del GrandeSognoAmericano, lavora trecentocinquanta giorni all'anno e lasciarsi l'ufficio alle spalle è quasi impossibile e l'hanno guardato di traverso quando s'è preso due settimane consecutive di vacanza ed è ritenuto scontato che anche in vacanza e nei weekend si controlli la posta elettronica e si risponda a mail e telefonate di certo non personali. E allora mi è venuta in mente la discussione – sulle opportunità di lavoro, sul riconoscimento della professionalità, sull'emigrare per lavoro – seguita a questo post e mi sono detta che probabilmente non sarei capace, per un po' di soldi in più, per un po' di carriera in più, di rinunciare agli spazi di libertà e d'indipendenza che ho qui, alla possibilità di fuggire e staccare la spina senza dover essere inseguita per tutto l'etere, ad uno stile di vita e a una cultura in cui il lavoro (per quanto amato, per quanto fatto con passione e abnegazione, dando spesso molto più di quanto si riceva) è comunque mezzo e non fine. Sono troppo poco ambiziosa, forse. O forse, come dice un mio caro amico che ci ha vissuto a lungo: Noccioletta mia, l'America è bella, sì, ma non quanto vogliono farti credere.
a proposito di:pensatoio, me medesima, bolina
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Stasera parto. Viaggio della speranza treno-treno-taxi-nave-autobus e ritorno per andare a fare una delle cose che amo di più al mondo, e tra una settimana sarò piena di lividi e con l'abbronzatura a strisce, ma chissene: per i grandi amori, questo e altro.
