CANDYSMI ovvero DONNE ROVINATE DAI CARTONI ANIMATI GIAPPONESI

ticchettato da lanoisette mercoledì, 25 novembre 2009, alle 22:41
Grazie ad un'amica di web, l'ho rivista. Lei, la scena madre, il clou della serie che ha rovinato per sempre l'esistenza di qualunque fanciulla che avesse un'età compresa tra i quattro e i quattordici anni (anche qualcuno in più, va' là) nella prima metà degli anni ottanta. Sto parlando di Candy Candy, il cartone animato che ci ha fatto credere che esistano uomini con gli occhi azzurri, belli e gentili, che amano il giardinaggio, danno il nostro nome ad una rosa e non sono gay; che ci ha indotte ad essere attratte da uomini irrimediabilmente sfigati (Anthony che muore cadendo da cavallo), affascinanti, inaffidabili e bastardi dentro (Terence), sfuggenti all'inverosimile, socialmente disadattati e dagli evidenti disturbi di personalità (Albert alias lo zio William alias Il Principe della Collina); che ha scatenato in noi il complesso della crocerossina, il senso di colpa, lo spirito di sacrificio, il masochismo spinto all'estremo e la sindrome di Pollyanna. Dicevo: stavo parlando di lei, la scena madre, la scena matrigna, l'ombelicus mundi affettivi, la scena della scala, quella della separazione tra Candy e Terence.

Piccolo riassunto per i non addetti ai lavori: Candy Candy è un'orfana con improbabili codini riccioluti ed infiocchettati anche alla soglia dei venticinque anni, che (dopo una serie infinita di vicissitudini su cui soprassiedo) viene adottata da un ricco e sconosciuto benefattore, che la invia a studiare a Londra in  un prestigioso collegio. Qui incontra Terence, rampollo di una famiglia benestante: Terence ha il capello lungo, è smaliziato, fannullone, ribelle, porta giacche da dandy e da grande vuole fare l'attore. Un gran figlio di puttana. Un figo, insomma. Inutile dire che la donna coi cipolloni biondi se ne innamora. Inutile dire che tutto il mondo è ostile a quest'ammmore: la famiglia di lui, i fratellastri di lei. I due sono costretti a separarsi (complice anche lo scoppio della Prima Guerra Mondiale) e a tornare in America. Lì, Candy intraprende gli studi da infermiera (ecchillallà!). Un giorno, riceve una lettera da New York: è di Terence, che la invita alla prima (Broadway, mica robetta!) di Romeo e Giulietta dove lui, indovinate che cosa fa? Il filtro velenoso? Il frate grasso? No, Romeo, bravi. Romeo però è talmente preso dalla sua parte (metodo Stanislavskij ante litteram) che ha una relazione la sua Giulietta, tale Susanna, donna assolutamente piagnucolosa et insignificante anche se con un taglio di capelli decisamente più umano di quell'altra, ma ricca sfondata e naturalmente molto gradita alla mammazza del bellimbusto: il fidanzamento ufficiale è solo questione di settimane. Il problema è che Susanna, in un impeto d'ammmore, di sconsideratezza e d'impeditezza fisica, ha salvato il suo amato attorucolo dalla caduta di un riflettore di scena, rimanendone però schiacciata e rimediando una bella et incurabile paraplegia. Immaginatevi i sensi di colpa di Terence che, naturalmente, aveva appena deciso di troncare con Susannatuttapanna e dichiararsi all'infermierina del suo cuor. Quando Candy si reca a teatro e lo viene a sapere, decide di fare la cosa giusta (ecchillallà 2) e di rinunciare all'uomo della sua vita.

Eccovi la scena strappalacrime:

.

Rileggiamo con attenzione l'ultima parte del dialogo.
Lui, appassionato: “Io non voglio che tu vada via. Vorrei che il tempo si fermasse in questo momento.”

Lei, con voce tremula: “Terence...”
Lui, commosso: “Non dire niente, ti scongiuro...”
Lei, lacrimante, pensa: “Terence, ma tu stai piangendo! Oh, caro, mi ami, lo so... anch'io ti amo tanto e purtroppo dobbiamo separarci. Com'è crudele la vita...!”
Lui, straziato dal dolore, ma fermo: “Non sai quanto mi dispiace lasciarti, ma lo devo fare. Promettimi che cercherai ugualmente di essere felice.”
Lei, trovando anche la forza di sorridere: “Sì, Terence, promettimelo anche tu.”
La neve si posa lieve sul freddo inverno che è sceso sui loro cuori. Dramma.

Ora, tralasciando il numero di luoghi comuni triti e ritriti già sentiti da qualunque donna, che tra l'altro mi fanno sospettare che i maschietti in realtà, mentre fingevano di giocare con le Hot Wheels e il galeone dei Playmobil, guardassero di soppiatto il cartone traendone preziosi suggerimenti per il domani, voglio dire: me ci rendiamo conto? Quello ti molla per un'altra per nonsisabenequalemotivo e tu fai anche buon viso a cattivo gioco? Ovvio che poi una cresce con seri problemi nelle relazioni interpersonali e il masochismo va via come il pane! Quindi, ora, a trent'anni suonati, dopo una serie di badilate sulle gengive, dopo essere riuscita a costruirmi una certa stabilità emotiva e una discreta autostima, posso farlo. Riscrivere il dialogo come dovrebbe essere. Come ogni donna dovrebbe fare.

Lui, appassionato: “Io non voglio che tu vada via. Vorrei che il tempo si fermasse in questo momento.”
Lei, con voce tremula: “Terence...” - intanto rimugina: “Ecco, appunto, stiamo qui e tu non andare da quella là.”
Lui, commosso: “Non dire niente, ti scongiuro...”
Lei, lacrimante, pensa: “Terence... io non dico nulla, ma di' tu qualcosa di sensato, cazzo! Sii uomo! Mollala, quella piaga!”
Lui, straziato dal dolore, ma fermo: “Non sai quanto mi dispiace lasciarti, ma lo devo fare...”
Lei, si scatto: “Cooosaaa??? Devi??? Ma che razza di senso ha? Ma che uomo sei??? Vigliacco pusillanime senza spina dorsale che non sei altro!!!”
Lui, sopreso dalla reazione di lei: “Beh, sì... però... - cerca le parole che possano tirarlo fuori dalla merda e pensa di averle trovate – Promettimi che cercherai ugualmente di essere felice!”
Lei, alzando la voce: “Ma sei totalmente cretino? Ma lo sai quanto tempo mi ci vorrà per ripigliarmi da una cosa del genere, eh? Lo sai che mi macererò nel dolore per settimane e per mesi, che mi verranno i lacrimoni ogni volta che vedrò una giacca dello stesso colore assurdo della tua, che mi strafogherò di cioccolata riempendomi di ciccia e brufoli e che finirò nei letti dei peggiori analfabeti buoni a nulla, purché dotati di solidi bicipiti, per cercare di dimenticarti? Eh, lo sai, questo?”
Lui, balbettando: “Ma... ma... ma... a questo punto tu... tu avresti dovuto a-augurarmi d-di essere f-felice...”
Lei, sbraitando: “Feliceee??? Guarda, evito di infierire su quella poveraccia che ci ha rimesso le gambe per colpa tua, che e che tanto comunque ti tradirà col fisioterapista o col chirurgo ortopedico, ma tu... tu... che tte possino! Che ti crolli la scenografia addosso, che tu finisca a fare l'attore per il Bagaglino, che ti vengano la scabbia, i piedi puzzolenti, la calvizie incipiente, lo strabismo, l'eiaculatio precox ed un'enorme, dolorosissima e incurabile pustola purulenta sulla punta del pisello!!! E ora scusa, vado, che  quel bonazzo dell'attrezzista del teatro m'ha fatto l'occhiolino.”.

Ahhh, sì. Catartico.

LE PAROLE CHE CI AVETE DETTO

ticchettato da lanoisette martedì, 13 ottobre 2009, alle 00:08
Noi donne moderne siamo romantiche ma disincantate, sognatrici ma coi piedi (coi tacchi) ben piantati per terra: sbaviamo sulle dichiarazioni d'amore da copione ma siamo consapevoli che l'educazione sentimentale di molti maschietti (che per parecchi si limita a io Tarzan-tu Jane e patapìm e patapèm) è carente soprattutto sotto l'aspetto linguistico. E se per l'uomo medio già non è scontato mettere insieme quattro parole decenti per dirti che gli piaci, figuriamoci quando ti deve comunicare che non c'è trippa per gatti. Dunque, ogni donna ha dovuto fare i conti con capolavori di tempismo, tatto e arte retorica (tutti documentati) che vanno dal crudo, ma sensato non è scattato quello che doveva scattare, al metafisico io vorrei guardare avanti, ma il passato, ironia della sorte, non è ancora passato, allo sveviano io so cosa dovrei fare per riconquistarti, ma non so come farlo, allo scaricabarile se vuoi andiamo a bere qualcosa, ma non è che io ne abbia molta voglia, al freudiano non posso venire a letto con te perché ti stimo troppo. Così una incassa, si stende sul letto a fissare il soffitto il soffitto per un tempo variabile dalle quattro ore ai quattro mesi nei casi più gravi, mette l'ennesima toppa all'autostima – naturalmente con l'aiuto delle amiche, che per raccogliere uno a uno i pezzi son costrette a lucidare il cucchiaino del servizio buono – e poi riparte. Però a tutto c'è un limite, insomma. Dunque chiedo a voi: a quale tortura medievale dovrebbe essere sottoposto l'uomo che, dopo languidi sguardi, battutine ammiccanti e un tiraemolla di parecchi mesi (e sono fidanzato – e l'ho lasciata ma sono triste – e non sono più triste ma siamo colleghi), complice una trasferta di lavoro, coglie la palla al balzo con la mia amica Incarriera e la mattina seguente le serve sul vassoio della colazione, condito con la migliore faccia da cane bastonato che si ricordi un “beh, sì, è stato abbastanza carino... comunque, non come mi aspettavo”?

QUANDO LA TUA RIVALE HA MOLTI PIÙ PELI DI TE, LA CERETTA È UNA SPESA INUTILE

ticchettato da lanoisette martedì, 22 settembre 2009, alle 16:50
Io e il Metallo abbiamo una storia a distanza, lo sapete. Non una distanza abnorme, ma che comunque non permette il classico "Che fai stasera? Ti va un cinemino?". A ciò si aggiungano i suoi turni di lavoro strambi, per cui magari è impegnato (spesso) il weekend ed è libero in settimana, e se io sono a scuola fino alle due oppure ho i consigli di classe, capite bene che in confronto il Tetris è uno scherzetto. Comunque, incastra di qua, programma di là, fatto sta che stasera mi arriva, domattina lo lascio ronfare mentre io somministro un bel test d'ingresso agli analfabeti e poi riparte domani dopo cena.
Oggi a pranzo mi chiama per gli ultimi dettagli:

"Senti ma... domani pomeriggio... che programmi abbiamo? Hai intenzione di uscire?"

Ovvio che di fronte ad una domanda del genere, fatta col tono iounprogramminocel'avrei, la mia mente abbia ripassato in un nanosecondo tutto il mio arsenale di armi di seduzione di massa - pizzi, sete e trasparenze varie - e che la mia voce abbia risposto in modalità unoquattroquattro:

"Facciamo quello che vuoi..."

"No perchè... l'ultima volta che sono stato da te... siamo andati a fare la spesa... ecco, vorrei fare scorta di quei biscottini che sono piaciuti tanto a Bibi...".


Io lo aspetto in ciabatte e col pigiamone con gli orsi, sappiatelo.
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NIENTE APPRETTO, PER FAVORE!

ticchettato da lanoisette mercoledì, 22 luglio 2009, alle 17:23
amica di Noisette: "...devo cercare di scordarmi di questa storiaccia il prima possibile...
...Non so come, ma devo farcela."

Noisette: "Sì, devi farcela. Ti serve uno Stropicciatore."

A tutte le donne è capitato, prima o poi, di prendere una tramvata sui denti, di quelle forti, di quelle che ti fanno barcollare per un bel po', di quelle che non è il male né la botta, ma purtroppo il livido. Rimettersi in sesto da mazzate così non è per nulla facile, ci vogliono lacrime, tempo, forza d'animo, una nutrita serie di mojito con le amiche... e soprattutto ci vuole lui, lo Stropicciatore.
Lo Stropicciatore ti ha messo gli occhi addosso da tempo, ma non è mai stato troppo invadente né appiccicoso; sa cosa ti è successo, ma non troppo; ti conosce abbastanza, ma non troppo; è belloccio, ma non troppo; ti piace, ma non troppo. Tutto non troppo, vero, ma solo per non incorrere nel rischio di un eccessivo coinvolgimento sentimentale; in tal caso lo Stropicciatore potrebbe passare dalla funzione terapeutica a cui è giustamente deputato al ruolo di uomo di transizione, e lì son dolori, perchè ciò non è nella sua natura. Lui non è fatto per una relazione stabile, è un seduttore nato: passa, stropiccia e se ne va. Il tutto con leggerezza, senza strascichi, senza rancori. Ma è proprio quello che ci vuole dopo che è finita quella che pensavi potesse essere LaRelazione.
Perché lo Stropicciatore riesce in quello che sembrava impossibile: ti fa sentire di nuovo desiderabile dopo settimane in cui nello specchio vedevi la sorella brutta del sacchetto dell'umido, ti spinge ad infilarti abito scollato e tacchi dopo due mesi di pigiama e ciabatte, ti fa ridere quando credevi di essere diventata a buon diritto un'azionista della Kleenex, ti fa salire di nuovo l'ormone quando avevi ormai deciso di comprare su eBay quella cinturona in ferro con lucchetto del XVII secolo... Ti fa essere di nuovo una donna, insomma. Magari non una donna fresca di bucato, inamidata e stirata a puntino come la tovaglia buona, ché la vita, si sa, consuma, strappa, macchia e spiegazza. Ma tra tutte le grinze, quelle che si portano meglio sono senza dubbio quelle di una bella stropicciata, maschia e decisa: non per nulla il puro lino è molto più chic, se ha l'aria un po' vissuta.

GUARDARE CON PRUDENZA

ticchettato da lanoisette lunedì, 20 luglio 2009, alle 00:10
Già dissi a suo tempo della mia prodigiosa nonché involontaria capacità di apportare decisive migliorie agli uomini che frequento; già dissi dell'intervento di riammodernamento operato sul guardaroba metallico, che ha comportato anche una notevole revisione dell'assetto barba-capelli del soggetto in questione. Aggiungete anche un po' di pesi, l'abbronzatura post vacanziera, il miglioramento della dieta dovuto alla mia frenetica attività culinaria e l'espressione rilassata e soddisfatta da altre più amene attività. Orbene, nel giro di qualche settimana il Metallo ha perso l'aria tirata e l'espressione malinconica e un po' truce di quando lo conobbi e circola baldanzoso e sorridente, immemore della zazzera rasata dei tempi che furono e col ciuffo appena brizzolato sapientemente scompigliato dallo stesso gel di Patrick Dempsey.
E, improvvisamente, qualunque essere di sesso femminile nel raggio di dieci chilometri si è accorto della sua esistenza: la commercialista, la ragazzina del secondo piano, la farmacista, la ex che è tornata a bomba, la signorina al casello dell'autostrada, la tabaccaia, la vecchina, la centralinista, la giornalaia all'angolo. Tutte, sfacciatamente o di sottecchi, me lo guardano. Lui, dall'alto del suo metro e ottantatrè, ricusa, fa l'indifferente e il superiore, ma gongola, lo so.
Io non sono gelosa, per niente. Gli ho solo preparato un santino, di quelli da mettere in macchina, tipo quelli di una volta, sapete, quelli con la foto dei pargoletti e la scritta Papà non correre, pensa a noi, così, giusto per ricordarsi di me...


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LA FOLLIA DELLA DONNA ovvero Fenomenologia della calzatura applicata ai sentimenti

ticchettato da lanoisette venerdì, 26 giugno 2009, alle 22:51
Le scarpe, gli uomini. Croce e delizia dell'esistenza di qualunque donna. Che poi, diciamocela tutta, gli uomini alle scarpe ci somigliano davvero. Ecco perché.

C'è la scarpa trendissima, quella all'ultimo grido, ma che alla lunga distanza si rivela un investimento sbagliato, importabile già alla stagione successiva; c'è l'intramontabile mocassino, semplice e rassicurante, ma noiosetto; lo stivale nero, cavallo di battaglia di ogni inverno, femminile e di classe ma da riporre immediatamente ai primi caldi; o il sandalo-gioiello, splendido e sbarluscento ma così spesso relegato in fondo all'armadio per mancanza di occasioni; e il suo esatto apposto, la sneaker sportiva, ma suvvia, non si può avere sempre sedici anni.
E poi c'è il must, la scarpa che accompagna ogni donna dall'albore della sua femminilità all'inevitabile declino, la compagna di una vita: la décolleté nera col tacco. Quella che si abbina alla perfezione col tubino, che spacca col taiòr, che dà quel tocco sexy e di classe anche al jeans delavé, che porteresti anche con la mimetica, col burka, col pareo. E tralasciamo pure annose questioni sull'altezza del tacco o sulla punta più o meno puntuta: ognuna di noi sa bene cosa può o non può permettersi, se la punta tonda ci fa il piede a banana e quella stretta ci provoca un'artrite fulminante, se sui twelve rischiamo l'osso del collo o se col tacchetto rasoterra sciabattiamo come Nonna Papera.
Insomma, lei, la scarpa della vita, quella che prima ne hai provate decine di altre o hai azzeccato l'acquisto al primo colpo, magari pure in saldo. Ma, attenzione, non tutte le décolletés nere – non tutti gli uomini – sono quello che sembrano quando le ammiri in vetrina: troppo larghe, troppo strette, troppo delicate, con la suola scivolosa, instabili o troppo rigide.
Però, a volte capita che trovi quella assolutamente perfetta per te. La riconosci all'istante: la tonalità di nero è quella giusta, non troppo lucida, non troppo opaca. La provi: il piede ti ci sta che manco Cenerentola, la pelle è morbida ma non troppo, il tacco sostiene il tallone esattamente nel suo baricentro e slancia la gamba che è una meraviglia... insomma, ci potresti camminare per mari e per monti senza farti venire una vescica (ché di vesciche non si muore, ma rendono tutto più faticoso, no? [cit.]). E sei pronta, lì, col portafoglio in mano, a portarti a casa quel gioiello della calzatureria ma... ogni tanto c'è un ma. Perchè la scarpa perfetta costa un botto, molto di più di quanto puoi umanamente permetterti anche dando fondo al conto in banca; oppure – peggio – la commessa sorridente ti dice: "Mi spiace, signorina, ma questo è l'ultimo numero ed è già venduto. Passano a ritirarlo domani". E ti mangi le mani e un po' odi la tizia che le indosserà al tuo posto. E la invidi, e ti consoli solo augurandole che le si rompa il tacco e pensando che a lei non staranno mai perfettamente bene come a te, ecco.
Altre volte, invece, la décolleté è bella, bellissima, ma non calza come un guanto: una vescichina qui, un doloretto lì, una spelatura là. Niente di grave o irreparabile, ma perfette-perfette non sono. Però sono proprio adorabili e ti piange il cuore a pensare di lasciarle nella scatola e non usarle mai più. E allora ti ci metti d'impegno: le porti un po' in casa, poi una volta in cui non devi camminare troppo, poi un'altra in cui sei fuori per una mezza giornata... e piano piano, senza nemmeno che tu te ne accorga, la scarpetta prende la tua forma, e il tuo piede la sua e ormai ci potresti correre i quattrocento ostacoli senza batter ciglio. E anche se a furia di provarla e riprovarla qualche traccia c'è – uno schizzo di fango, il tacco un po' consumato, qualche segno sulla tomaia – basta una bella lucidata per farla tornare lo splendore che avevi addocchiato sullo scaffale.
E, amiche scarpe, ometti cari, lasciatevelo dire: essere la scarpa perfetta di una donna è una botta di fortuna inaudita, un miracolo della vita che approfitta di un secondo di distrazione del destino cinico e baro, roba da baciarsi i gomiti più che per una vincita al Superenalotto. Ma diventare la scarpa perfetta è un miracolo di attenzione, costanza, pazienza e dedizione. D'amore, insomma.

DELL'AMORE E ALTRI MEGABYTE

ticchettato da lanoisette lunedì, 22 giugno 2009, alle 13:04
Ovvero: lettera reale ad un'amica virtuale. Qui.

IL TEMPO DELLE MELE. MATURE.

ticchettato da lanoisette mercoledì, 27 maggio 2009, alle 23:13
Da che mondo è mondo le aule scolastiche rimbombano del sommesso tum tum dei cuori, nei corridoi si incrociano sguardi languidi e baci fugaci, tra i banchi germogliano amorini e amorazzi. Tra gli studenti. Qualche volta, tra gli insegnanti.
Questo, quando i bambini nascevano sotto i cavoli, le lettere d'amore arrivavano per posta, le mamme si recavano ansiose ai colloqui con i professori e riferivano ai padri che, posato il giornale, redarguivano la prole, e i matrimoni duravano per sempre.
Oggi, in tempi di crisi del sacro vincolo, anche i paparini, volenti o nolenti, si fanno carico delle vicende scolastiche e parascolastiche dei giovani virgulti nei giorni in cui essi sono affidati alle loro amorose cure. Dunque, frotte di separati e separande, divorziate e divorziandi attendono insieme l'ora di ricevimento della prof di inglese, ritirano il pargolo dagli allenamenti di basket, lo accompagnano alla festicciola di compleanno e dal compagno secchione a fare la ricerca di scienze. E, mentre l'arcigna docente scorre il registro, mentre i giovani si cambiano la maglietta sudata o s'ingozzano di fonzies ballando i lenti o scaricano da Wikipedia tutto lo scibile umano sulle anomalie cromosomiche, i rispettivi genitori si incontrano, si incoraggiano a vicenda “su, su, vedrai che quel cinque lo recupera”, si scambiano considerazioni su quella buona donna della prof di lettere, temporeggiano discreti sorseggiando un prosecco mentre i ragazzi fanno il gioco della bottiglia, magari si fermano a cena perché la tesina non è ancora finita. Insomma, si conoscono. E poi magari si piacciono. E così la mamma di Pierino di seconda A sta col padre di Gigetto di prima F, anche se prima si vedeva con quella di Giulietta di terza B, il papà della quale esce da poco con la madre di Ciccio di prima D. Insomma, la scuola sta diventando una vera e propria agenzia per cuori solitari al secondo, o terzo, turno, un luogo di caccia e rimorchio molto più fertile dei locali trendy della Milano da bere.


Per piacere, che nessuno lo dica alla DeFilippi. Altrimenti, nel giro di due settimane, nel corridoio accanto all'auletta delle udienze, al posto delle sedie in pvc arancione, mi ci piazza un paio di troni.
a proposito di:all you need is love, sociologia da bar
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STIAMO LAVORANDO PER NOI

ticchettato da lanoisette lunedì, 18 maggio 2009, alle 13:14
Sì, ci sono lavori in corso. Sentimentali. Però non aspettatevi grandi rivelazioni, qualcosina arriverà, eh, ma col contagocce. Colpa di questo diavolo di blog che finora ha giocato a fare il bastian contrario: scrivevo un post tutta convinta, lo pubblicavo e... zac! mi ritrovavo a provare tutt'altro.
Invece qui ci vogliono calma e gesso e piedi di piombo, perché errare è umano, non c'è due senza tre, la terza è quella buona, rosso di sera bel tempo si spera, donna pelosa donna virtuosa, la pazienza è la virtù dei forti... ma qualche volta anche i Metalli s'incazzano, no?
a proposito di:all you need is love, metallo, me medesima, cuor contento
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SCENE DA UN MATRIMONIO

ticchettato da lanoisette domenica, 10 maggio 2009, alle 16:09
Pranzo domenicale dai miei.
Mia madre a mio padre: “Io servo il carpaccio, tu pensa alla verdura.”
Nulla.
Occhiataccia di mia madre a mio padre che, serafico e meditativo, risponde: “Ci sto pensando intensamente”.
Vanno avanti così dal '74.
a proposito di:casa dolce casa, all you need is love, paterfamilias
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