GERMINAL E DINTORNI
ticchettato da lanoisette domenica, 07 giugno 2009 , alle 20:27
Nelle ultime settimane mille piccole e grandi cose mi hanno tenuta un po' lontana dalla pagina scritta. Comunque, ce l'ho fatta: ho terminato le cinquecento, fittissime, pagine di Germinal. In francese. Una soddisfazione che non vi dico: Boch Minore sul comodino e via andare. All'inizio la consultazione è stata d'obbligo, anche solo per familiarizzare coi tecnicismi da minatore, poi basta, mi sono lasciata trasportare dalla potenza delle parole. Perché questo è un capolavoro assoluto, una straordinaria epopea umana, un documento storico vivissimo sulla condizione operaia, un affresco senza mezze tinte, in cui non esistono personaggi positivi, curvi sotto il carico di un'esistenza miserabile, in cui l'alcool, il gioco d'azzardo e il sesso sono le uniche fonti di una gioia feroce e autodistruttiva, in cui la speranza è schiacciata dal peso di un fato che ha le sembianze della spietata selezione naturale e del marchio a fuoco dell'ereditarietà. Le scene di massa sono impressionanti; le descrizioni degli ambienti sospese tra la minuzia del realismo e un'immaginazione favolosa che trasforma la miniera in un mostro possente e divoratore, tra fumo, polvere, sferragliare di carrucole e rumore di picconi; il linguaggio ha una precisione e un'espressività che non fa sconti al turpiloquio più basso, alle urla di rabbia, ai gemiti della fame – sicuramente, all'epoca, non l'avreste trovato nella biblioteca di una signorina “bene”. E tutto – struttura narrativa, caratterizzazione dei personaggi, visione del mondo, narratore impersonale – è ancora di una modernità sorprendente a centocinquant'anni di distanza.
E di nuovo mi ritrovo a pensare, davanti a un romanzo come questo, a quanto la nostra letteratura dell'Ottocento (eccezion fatta per Leopardi) non tenga davvero il passo con i contemporanei francesi, a come il nostro decantato Manzoni appaia irrevocabilmente datato e stantìo di fronte a Flaubert o a Stendhal, a come in Italia nessuno sia stato in grado di concepire qualcosa di così grandioso come la Comédie humaine o il ciclo dei Rougon-Macquart. E, da insegnante, mi chiedo se a volte non sia il caso di fare un passo oltre la porta di casa nostra, di rinunciare ad un po' di patriottismo da tarallucci e vino, di mandare al diavolo la programmazione tradizionale per mostrare ai nostri ragazzi quello che c'è di là.
E di nuovo mi ritrovo a pensare, davanti a un romanzo come questo, a quanto la nostra letteratura dell'Ottocento (eccezion fatta per Leopardi) non tenga davvero il passo con i contemporanei francesi, a come il nostro decantato Manzoni appaia irrevocabilmente datato e stantìo di fronte a Flaubert o a Stendhal, a come in Italia nessuno sia stato in grado di concepire qualcosa di così grandioso come la Comédie humaine o il ciclo dei Rougon-Macquart. E, da insegnante, mi chiedo se a volte non sia il caso di fare un passo oltre la porta di casa nostra, di rinunciare ad un po' di patriottismo da tarallucci e vino, di mandare al diavolo la programmazione tradizionale per mostrare ai nostri ragazzi quello che c'è di là.

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